Atenei stranieri al top? L'ultima bufala degli antitaliani

La moda dell'esterofilia culturale è retorica e strumentale. Invece di emigrare, meglio importare un po' di meritocrazia

Nel giorno in cui i sindacati (a parte la Fiom, pronta allo sciopero) firmano con la Fiat un accordo che cambia il mondo del lavoro, aprendo prospettive inedite, forse capaci di indica­re una via d’uscita dalla crisi economica, c’è chi invita i ragazzi a emigrare. L’Italia è senza futuro, andate in pace (all’estero). Anche il Corriere della Sera, con un editoriale in prima pagina di Giovanni Belardelli, si unisce al coro, sia pure con maggiore equili­brio rispetto ad altri. Le voci allarmate, comun­que, risuonano più alte quan­do il discorso cade su scuola e università. L’esortazione ai giovani ricercatori affinché si trasferiscano all’estero, con la variante della compassio­n­e paternalistica per chi è an­cora tra noi, sta diventando un genere giornalistico. Un po’ retorico e un po’ strumen­tale. Il sottinteso, infatti, è quasi sempre lo stesso: la de­stra se ne sbatte della cultura e vuole fare tabula rasa, pri­vando i volenterosi del soste­gno indispensabile a realizza­re i propri sogni. Per carità, non è che gli ora­tori abbiano tutti i torti. L’uni­versità, dalle nostre parti, è in­gessata. Chi vuole fare carrie­ra negli atenei si deve rasse­gnare a una umiliante trafila che prevede la partecipazio­ne a concorsi dal risultato troppo spesso scontato. Il me­rito, senza adeguata protezio­ne di un professore che abbia la forza di tutelarlo, non è suf­ficiente. Talvolta neppure ne­cessario. Quanto ai fondi de­stinati alla ricerca, sono scar­si, è vero. Ma anche e soprat­tutto in virtù dell’inefficienza manageriale delle istituzioni accademiche, della moltipli­cazione di corsi fantasma, della sostanziale chiusura verso i privati, della mancata valutazione dei risultati con­seguiti o mancati. Non sarà che i cervelli fuggono a causa di queste decennali carenze strutturali? Chi contesta nelle piazze, e si sente«condannato»all’espa­trio, sogna che lo Stato possa pagare tutto a tutti. Opzione irrealistica visto il numero (al­to) di laureandi, le tasse d’iscrizione (basse), la man­canza di soldi. La riforma Gel­mini intende intervenire su questi dati di fatto, che gli sca­latori di monumenti strana­mente non prendono mai in considerazione. Anzi, a pro­posito di merito, gli studenti manifestano col sostegno de­gli stessi baroni che un gior­no, forse, li bocceranno in fa­vore di un allievo magari me­no capace ma inserito nella cordata giusta. Sarà quest’ul­timo a godere delle poche ri­sorse mentre il suo «spon­sor » in ermellino crescerà di prestigio andando a ingessa­re ulteriormente il sistema. Vista la situazione, è impen­sabile poter competere con altri Paesi in alcuni settori (penso a esempio a tutte le di­scipline che hanno ricadute tecnologiche). Negli Stati Uniti, però, la bontà di un do­cente si misura anche dalla capacità di attirare fondi pri­vati. E l’erogazione di fondi pubblici è vincolata alla bra­vura nello stabilire sinergie con industrie e fondazioni. Impossibile da noi: si scatene­r­ebbe subito un interminabi­le dibattito sulla indipenden­za della ricerca e sulla deriva aziendalistica del sapere. Pri­ma di andare all’estero, con­vinti di essere perseguitati da un governo infame, bisogne­rebbe avere l’umiltà di impa­rare a non dire «no» a qualsia­si tentativo di riforma. Tra l’altro, la continuamente evocata qualità superiore de­gli atenei stranieri in qualche caso è da dimostrare. Se par­liamo di materie umanisti­che, le nostre facoltà, pur se­riamente provate dal tre più due che penalizza i corsi spe­cialistici, hanno nulla da invi­diare a quelle estere. Dai Pae­si anglosassoni arrivano ton­nellate di riviste contenenti saggi specialistici sulla storia o sulla letteratura italiana. Con le dovute eccezioni sono quasi sempre inutili: da noi sarebbero spunti per medio­cri tesi di laurea. A quanto pa­re, i risultati non sono miglio­ri quando gli studiosi d’oltre­oceano si concentrano sugli scrittori di casa loro. Harold Bloom, docente a Yale, consi­derato il maggior critico vi­vente, descrive così l’andaz­zo degli atenei a stelle e stri­sce: «Gli studi letterari, filolo­gici sono stati sostituiti dalle incredibili assurdità dei “cul­tural studies” ( che interpreta­no ogni testo alla luce di cate­gorie sociologiche come raz­zismo, etnicità e femmini­smo, ndr). Beh, non hanno niente a che vedere né con la cultura né con lo studio. Esprimono solo l’arroganza dei semi-colti. E questo acca­d­e perfino in università dai ro­busti anticorpi come Yale».