Atlanta, calamita del Sud che attira l’America

<em>REPORTAGE</em> La metropoli, sede delle maggiori corporation, è cresciuta grazie alla collaborazione tra politici neri e business men bianchi. E scommettendo sul volano virtuoso dell’aeroporto. Che da 15 anni è anche il più trafficato al mondo<br />

Quando guardi giù, dal Boeing in atterraggio all’aeroporto Hartsfield-Jackson di Atlanta, il numero uno al mondo (89 milioni di passeggeri all’anno, il doppio di New York!) e pensi che di lì a poco ti troverai con un volante in mano là in mezzo, in quell’intrico di superstrade che i locali chiamano con azzeccata ironia Spaghetti Junction… be’ perfino tu, che arrivi da Milano e che non tremi nemmeno nel toboga della Tangenziale Est, un po’ di preoccupazione cominci ad avercela. Perché ti vedi lì, alla ricerca dello svincolo giusto, mentre finte bionde ti taglieranno la strada sulle loro Camaro continuando a parlare al telefono di soldi e sesso pur senza smettere di rifarsi il trucco. E la tua preoccupazione si fa paura quando immagini quel che sarai, puntino microscopico su una di quelle otto corsie dove camion giganteschi, facendo ululare le loro bibliche trombe, ti supereranno sfiorandoti a sinistra e a destra.

Tempesta “ormonale”. Benvenuti ad Atlanta, metropoli epitome di quel rampante Sud degli Stati Uniti che in preda a una tempesta ormonale ininterrotta da oltre tre lustri – e destinata a proseguire fino al 2030, assicurano le previsioni! – è diventata volano di crescita nazionale e polo d’attrazione per chi vive in angoli meno fortunati del Paese. Un trend che dal 1990 a oggi ha portato a vivere sotto la linea Mason-Dixon più di venti milioni di americani. Un trend che continua. «Vai all’Ovest, giovanotto!», esortavano i manifesti ai tempi della corsa all’oro. «Andiamo al Sud!» concordano oggi nelle chat e nei blog uomini e donne di ogni età.

Sulla rotta del sole. I più giovani cercano lavori e buste paga migliori. Mentre una casa più grande e meno cara, con in più tanti alberi, campi da golf e ottimi ospedali a pochi minuti di ambulanza è ciò che vogliono gli ex baby boomers oggi in età di pensione, un esercito di 80 milioni di unità. Di loro, la metà che può permetterselo cambierà luogo di residenza nei due prossimi decenni. E punterà verso il caldo, verso il sole. Continuando così a far girare un volano virtuoso dove tra cifre sempre più grandi ruotano i cantieri di aree residenziali, impianti sportivi, alberghi, ristoranti, centri commerciali, porti, aeroporti, cliniche plastiche, ospedali e funeral homes – ovvero tutto quanto serve al ciclo della vita e della morte! – oltre a decine e decine di migliaia di nuovi posti di lavoro.

Magnetica Atlanta. Senza più carri o cavalli, ma a bordo delle loro Lexus, i nuovi migranti continuano così a spostarsi dalle fredde città del Nord, diretti nelle Caroline, in Virginia, Maryland, Georgia, Texas e ovviamente in Florida. Destinazioni prevalenti confermate dal centro studi della massima autorità in materia di migrazioni interne, ovvero la U-Haul di Phoenix che fornisce capillarmente in tutti gli Usa furgoni e rimorchi a noleggio per i traslochi fai-da-te. E se tra il 2006 e il 2007 è stata la texana Dallas a registrare il picco, con 162.250 nuovi abitanti, è sempre Atlanta (seconda con 151.063 neo arrivati) a lasciare senza fiato. Perché la capacità di attrazione di questa città - quartier generale di aziende globali come Coca-Cola, Cnn e Ups, nonché sede obbligata per almeno 400 tra le corporation della lista Fortune 500 - dura da oltre tre lustri. E stando a quel che dice l’università di Wharton, Atlanta sarà prima nella crescita fino al 2030, quando gli attuali 5,3 milioni di abitanti supereranno quota 7. Non solo: delle 28 contee su cui si estende la sua area metropolitana, quattro rientrano tra le 50 a più veloce crescita di tutto il Paese, con tassi tra il 40 e il 76% annuo. E ancora: la capitale ha trascinato con sé l’intera Georgia, che di qui a quella data, a una media del 26% annuo, dovrebbe accogliere 4 milioni di neo abitanti (ora sono 9,3).

Via col business! Fa pensare il fatto che questa metropoli, nera al 70% e soprannominata too busy to hate (troppo indaffarata per odiare) per essersi tenuta fuori dagli scontri razziali degli anni Cinquanta – scegliendo invece di continuare a lavorare - sia la stessa città che all’alba del 2 settembre 1864 era il rogo di macerie che tutti abbiamo visto in Via col vento. Intuendo forse la tempra dei suoi abitanti e conscio della posizione strategica che aveva fatto diventare Atlanta il maggiore snodo ferroviario del Paese, il generale nordista William T. Sherman aveva capito attorno a quali querce doveva stringere le sue leggendarie e minacciose “cravatte” fatte con i binari divelti. Dove insomma doveva colpire più duramente, in modo esemplare, per vincere anche psicologiamente la guerra contro il Sud.

Le scelte per decollare. Sud che però ora si sta prendendo la rivincita, anche grazie a intuizioni intelligenti come quelle avute da Atlanta. Che forse proprio per essere stata prima il simbolo della schiavitù e più tardi luogo natale e centro operativo di Martin Luther King, è cresciuta incessantemente dal secondo conflitto mondiale in poi, scommettendo su poche scelte pragmatiche. Due, sostanzialmente. La prima, come mi ha spiegato il carismatico Andrew Young, allievo prediletto di King, grande sindaco per due mandati, nonché ex ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, fu una ripartizione di ruoli: «Noi neri ci prendiamo la politica, perché in quella siamo i più bravi; e voi bianchi tenetevi il business, perché lì eccellete voi!». La seconda scelta, avviata da un sindaco bianco (William Hartsfield) e proseguita dall’afroamericano Maynard Jackson, fu di intuire che proprio l’aeroporto avrebbe potuto diventare il motore dello sviluppo. E così è stato.

Due voli al minuto. Qui oggi, infatti, tra passeggeri e cargo, atterrano e decollano 1 milione di voli all’anno, 2.739 al giorno, 114 ogni ora, 1,9 al minuto. Senza mai una sosta, per 365 giorni all’anno. Non a caso l’Hartsfield-Jackson dà lavoro in modo diretto e indiretto a oltre mezzo milione di persone (è il principale ufficiale pagatore della Georgia) con un impatto economico di 23,5 miliardi di dollari. Come dire che quella scommessa, più bi-razziale che bi-partisan, è stata ampiamente vinta. Da neri e bianchi insieme. Proprio al Sud. Alla faccia di quei soliti quattro pirla con la svastica. E in fondo, anche alla faccia del generale Sherman e delle sue “cravatte”. Una bella rivincita.