Atlantide, un sogno che forse era vero

Un saggio dello storico francese Pierre Vidal-Naquet sul continente sommerso

Esiste un immaginario atlante dei luoghi fantastici, divenuti veri grazie all’invenzione dei poeti, portati a vita sempiterna dal nulla: il bosco del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, con i suoi elfi e le sue fate volanti, i luoghi prodigiosi incontrati da Ulisse nel suo lungo viaggio di ritorno, dall’isola dei Lotofagi alla caverna del Ciclope, fino all’incantevole paese dei Feaci. Ma accanto a questi e tanti altri luoghi letteralmente fantastici ne esistono alcuni che potremmo definire ibridi: luoghi che paiono frutto di immaginazione, ma che in realtà forse sono esistiti.
Tra questi i monti, le città favolose, le rocche del Milione di Marco Polo: il viaggio è storico, i luoghi esistono, ma il racconto del mercante li trasfigura fino a farli apparire a volte immaginari. Simile in parte, ma con una componente più forte di dubbio, il continente che nessuno di noi ha conosciuto, Atlantide. La leggendaria «isola più estesa della Libia e dell’Asia prese insieme», posta al di là delle Colonne d’Ercole, compare in un dialogo di Platone, il Timeo, e si ripresenta in un altro, in forma di fascinoso e per certi versi oscuro racconto. Nel Crizia Platone mette in scena Solone, il quale avrebbe appreso in un viaggio in Egitto dell’esistenza di quell’isola immensa che un tempo dominava il mondo circostante.
Il Solone fittizio presentato da Platone, in quel dialogo atemporale, composto come il Timeo verso il 355 a.C., evoca la sapienza degli Egizi, depositari della cultura più antica, i quali parlavano di un conflitto avvenuto novemila anni prima tra due potenze, un’antichissima Atene e appunto Atlantide. L’Atene evocata non ha nulla a che vedere con quella in cui vive il filosofo, è oligarchica, retta da dèi che si manifestano in forma di filosofi e guerrieri, mentre su Atlantide, l’isola gigantesca, regna Poseidone, re del mare, che aveva trasformato l’isola in fortezza, «stabilendo gli uni intorno agli altri sempre più grandi, degli anelli di terra e mare, rendendo così inaccessibile agli umani l’isola centrale \ non c’erano infatti né navi né navigazione».
La ricchezza dell’isola è favolosa, messi e frutti, animali domestici e selvatici, minerali tra cui l’oro e il mitico oricalco. La fine della guerra coincide con quella di Atlantide: «violenti terremoti e diluvi. Nello spazio di un sol giorno e di una sola notte funesti, tutta la flotta ateniese fu inghiottita d’un sol colpo sottoterra e l’isola Atlantide si inabissò nello stesso modo nel mare».
Il mito del continente sommerso dalle acque si afferma definitivamente e viene ripreso nei secoli, da Plutarco, Ammiano Marcellino, Plinio il Vecchio, da pensatori ebrei e bizantini, da Proclo, fino all’adozione, in tempi moderni, a scopi nazionalistici: svedesi, spagnoli, italiani, francesi, ognuno scopriva, spesso con notevoli acrobazie geografiche e logiche, in Atlantide la propria terra d’origine, e anche in età nazista vi fu chi tentò di farne la patria originale degli ariani. Atlantide (Einaudi, pagg.142, euro 18), di Pierre Vidal-Naquet, studioso di gran valore recentemente scomparso, è una ricognizione sulla mitica isola, sul continente sommerso dalle onde, come indica bene il sottotitolo, Breve storia di un mito.
Per l’autore Atlantide non è mai esistita, se non come sogno di Platone. La sua opinione, in quanto storico, è ineccepibile. Ma ci potremmo domandare: un sogno di Platone, dell’uomo che rivelò il mondo immateriale delle Idee e l’illusione della Caverna, un sogno di Platone è solamente un sogno? O non l’apparizione, in sogno, e il conseguente racconto, di qualcosa realmente accaduto alle origini, e sepolto dal mare, prima, e poi dal tempo?