AtLazio, un concorso sospetto

Poi dicono che c’è la crisi, che il lavoro scarseggia, che proprio non si riesce a trovare. E invece basta solamente cercarlo, ingegnarsi, tendere le orecchie, avere fiuto, meglio se telematico. Imbattersi, per esempio, nelle pagine web dell’ATLazio, l’Agenzia regionale per la promozione turistica di Roma e del Lazio, il cui socio di maggioranza è la Regione stessa.
Sul sito ufficiale dell’agenzia, a inizio gennaio, sono stati pubblicati i bandi per ben dodici posizioni, per giunta a tempo indeterminato: gemme rare, frutti pregiati in questi tempi di magra. E nemmeno ruoli di rincalzo, sia chiaro, ma incarichi di rilievo come «responsabile dell’area amministrativa», «responsabile dell’area informazione e comunicazione», addirittura «responsabile dell’ufficio di direzione generale» e via dicendo. Bastava cliccare sul concorso di proprio interesse, scaricare il modulo, compilarlo, spedirlo e prepararsi alla selezioni, tenendo le dita incrociate. Peccato che, a voler pensar male, il trucco forse c’è, anche se non si vede, se è ben nascosto nelle pieghe degli articoli del bando, tra le pagine ancora fresche d’inchiostro.
Praticamente nella totalità dei casi a decidere il vincitore è una commissione «nominata dal direttore generale». Che gode, la commissione, di una discrezionalità piena, di un potere smisurato sulla futura sorte dei candidati, visto che ha in mano sessanta punti per premiare chi vuole, mentre i titoli di studio e di servizio assieme al curriculum sono un optional, un dettaglio sfocato, valgono al massimo quattro miseri punticini ciascuno, dodici come somma totale nei casi eccezionali. Insomma persino il più esperto, il più titolato, può essere messo alla porta senza alcuna difficoltà, senza bisogno di un pretesto. E visto che questi posti a tempo indeterminato sono stati banditi proprio in coincidenza delle elezioni regionali, qualche malizioso potrebbe bollarli come favori elettorali, mascherati con un po’ di cavilli qua e là, con un meccanismo elaborato. Certamente si tratta di voci di corridoio messe in giro dai soliti malpensanti, da qualche invidioso con la lingua avvelenata, ma a leggere con attenzione le condizioni di accesso al concorso, un paio di perplessità saltano fuori.
Nella formazione del punteggio generale, una laurea specialistica non vale nemmeno un punto, ma solo mezzo; per averne uno intero bisogna possederne una coppia di lauree, mentre un master si aggiudica due punti. Sui titoli di servizio scappa naturale una risata: mezzo punto per ogni semestre di attività di servizio prestata in qualsiasi forma collaborativa con enti pubblici e privati, attenzione però, fino a un massimo di due punti; 0,3 punti aggiuntivi, armatevi di calcolatrice, per ogni semestre di collaborazione con agenzie del turismo e simili. Riconoscimenti stitici, benefici frazionati al millimetro, calibrati con il bilancino.
Quando entra in gioco la commissione, però, le maglie si allargano improvvisamente, si sfilacciano, il potere diventa totalitario, di vita e di morte: venti punti per il colloquio a carattere tecnico, mirato a conoscere, tra le altre cose, «interesse/motivazione all’azienda» (sic!) e «punti di forza/debolezza del candidato»; altri venti punti per scoprire «le caratteristiche personali, le potenzialità e le aspettative del candidato».
Insomma, uno sciupio di parole per due voci che, ce lo concederete, si assomigliano un bel po’. Infine venti punti ancora per accertare la padronanza della lingua straniera prescelta, una qualsiasi tra inglese, francese, tedesco e spagnolo, tanto per restare larghi persino in questo. Non si parla di prove scritte, solamente di una opzionale a risposta multipla, per scremare un pochettino, qualora ci fossero più di venti aspiranti. E poi via con il trionfo della soggettività, del caso, della fortuna. Tralasciando, ovviamente, di dare ascolto alle solite malelingue, di scivolare inesorabilmente sui cattivi pensieri.
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