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Oscar Pistorius avrebbe voluto essere il protagonista moderno del «Sogno di una notte di mezza estate»: il suo sogno, era quello di correre alle Olimpiadi, lontano dal suo Sud Africa ma a fianco dei normodotati, condizione che ha perso dall’età di 11 mesi. Ci ha provato con tutte le sue forze, tentando solo di centrare il tempo minimo che la federazione gli aveva chiesto.
Oscar mercoledì a Lucerna ha corso i 400 in 46’’25, confermando i miglioramenti dell’ultimo mese ma di fatto rimanendo lontano dalla qualificazione (il minimo A prevedeva un tempo di 45’’55, il B di 45’’95). Sfumati i 400 in singolare, sperava quindi nella staffetta. Ora non rimane neanche la speranza.

«Non ha ottenuto il tempo minimo per essere convocato per la staffetta 4x400, abbiamo quattro atleti più veloci di lui». Questo il comunicato con cui Leonard Chuene, presidente della federatletica sudafricana, ha di fatto aperto gli occhi a «the fastest thing on no legs» (la cosa più veloce senza le gambe, ndr).
Di botto i giorni, i mesi passati a convincere la Iaaf (probabilmente la più contenta: aveva paura che il sudafricano in staffetta avrebbe causato problemi di incolumità per sé e gli altri atleti) che le sue protesi non gli davano vantaggi, ora sembrano un lontano ricordo. La sentenza del Tas datata 16 maggio scorso ha oggi meno senso.
«Ovviamente c’è delusione eravamo consapevoli della situazione. Il tempo ottenuto da Oscar a Lucerna non era tra i migliori, non ci aspettavamo regole speciali per lui. Volevamo andare a Pechino per meriti legittimi». Queste le parole del suo manager, Peet van Zyl.
Oscar non parla: sa di aver fatto il possibile, di aver lottato. D’altronde, come dice sua madre, «perdente non è chi arriva secondo, ma chi si siede e sta a guardare». E lui, di sicuro, non è stato a guardare.