Atm, Aem, Amsa: Milano adotta Kabul

Giannino della Frattina

nostro inviato a a Kabul

Warning. Notte senza luci a Camp Isaf, headquarter della missione internazionale che presidia Kabul. L’allarme sale al livello 3, non bisogna dar punti di riferimento a eventuali attacchi dei terroristi. L’alba porta blindati ovunque, il rombo di otto elicotteri americani che presidiano i cieli e probabilmente un nuovo futuro a un Paese che in meno di un secolo di vita ha conosciuto ben poca pace. Solo negli ultimi decenni il colpo di Stato del 1978, l’invasione sovietica, i mujaheddin, la guerra civile, il regime talebano, l’ombra di Osama bin Laden, i bombardamenti di Stati Uniti e Gran Bretagna.
Oggi l’Afghanistan gira una pagina di storia pesante più di trent’anni. Alle nove in punto si insedia il Parlamento nato dalle elezioni, timido ma deciso passo verso la normalizzazione. «Siamo stati lontani dai seggi» racconta il generale Giordano del contingente italiano al sindaco Gabriele Albertini durante uno spostamento della visita ufficiale. «Ai seggi la gente era bene che vedesse polizia e soldati locali. Noi abbiamo presidiato il cerchio più esterno di Kabul». Tutto è filato via liscio e oggi è il grande giorno. Ospiti d’onore alla cerimonia, a cui partecipa anche il vicepresidente Usa Cheney, l’ambasciatore italiano Ettore Francesco Sequi e il generale Mauro Del Vecchio da agosto a capo della missione internazionale Isaf e milanese d’adozione, visto che normalmente il suo comando ha vista sul Duomo. C’è grande attesa e perfino le dirette tivù e radio, in un Paese in cui al di fuori della capitale la gente non riceve giornali, vede pochissima televisione e, soprattutto nei villaggi dove spesso manca l’elettricità, può solo ascoltare le notizie con apparecchi a manovella. «All’interno di alcune vallate - racconta un ufficiale - alcuni non sapevano nemmeno che i russi avevano occupato il Paese».
Testimone di una vicenda straordinaria è il sindaco di Kabul. Figura distinta ed elegante con il copricapo tradizionale. Tornava da un viaggio in Italia e finì nel mezzo del colpo di Stato. Fu arrestato, incappucciato, preparato per la forca. «È successo più di una volta - racconta ad Albertini Ghulam Shakhy Noorzad -. Non so come, ma me la sono cavata. Venticinque anni fa Kabul era una città meravigliosa. Oggi è in condizioni pietose». Anni d’esilio, il ritorno in patria dopo la fuga dei talebani e oggi la carica di primo cittadino. Stimato e rispettato da tutti in un Paese in cui la tribù viene prima dello Stato e la famiglia prima della tribù. «Il sindaco - racconta Albertini - mi ha detto di essere pieno di gratitudine per quello che l’Italia sta facendo qui. Ma di essere anche desideroso di lavorare intensamente in futuro. Milano accetta la sfida. Anche con poche risorse qui in Afghanistan si possono fare grandi cose». E annuncia che già a gennaio una delegazione di tecnici delle aziende comunali (Amsa, Atm, Aem) verranno a Kabul per studiare la possibilità di interventi in aiuto della popolazione. «Siamo felici - ribatte Ghulam Shakhy Noorzade - che Milano, una città così bella, abbia deciso di prendere in braccio Kabul, una città così distrutta». «Questa è una nazione complessa - spiega il generale Del Vecchio -. Dev’essere strappata a criminalità, trafficanti di droga, terroristi. E poi bisogna ricostruirla. Un impegno gravoso, ma Milano è conosciuta per essere una città capace di grande solidarietà. Ed è difficile trovare una popolazione che soffra di più». Nell’ufficio da cui comanda gli 8mila uomini della missione (di cui ben duemila sono italiani), il comandante stacca dal muro la bandiera di Milano e la sventola con Albertini. Un simbolo, come piace ai militari, impegno per un nuovo patto. Fuori di notte il termometro è sceso per la prima volta a meno 14. Il terribile inverno di Kabul sta arrivando. E la gente, se possibile, dovrà soffrire ancor di più.