Gli atroci infanticidi di un piccolo killer argentino

«Dio non ama i bambini» di Laura Pariani è ispirato a vicende realmente accadute nella Buenos Aires d’inizio Novecento

Apriamo l’ultimo romanzo di Laura Pariani, Dio non ama i bambini (Einaudi, 297 pagg., 18 euro) ed ecco subito apparire tre morticini in una baracca carbonizzata dalle fiamme, in un waste land della periferia di Buenos Aires, agli inizi del secolo scorso: i maschietti pressoché irriconoscibili, la bambina, invece, con un chiodo piantato nella testa. Trama raccapricciante, dunque. Ennesimo cedimento all’imperialismo del noir? La nostra sensazione, piuttosto, è che l’autrice abbia avviato un lungo braccio di ferro con il genere, allo scopo di piegarlo alle proprie esigenze. Come a dire che l’immancabile carrellata nella morgue, o l’episodio irriferibile dei feti animali distrutti (nell’ultimo racconto di Veronesi compare un passo analogo) o, infine, l’intera incalzante sequenza di atrocità commesse dal protagonista del romanzo costituiscono una sorta di paravento, dietro il quale la Pariani può dedicarsi ad attività non criminologiche: in questo caso, ad affrescare un’altra parete della sua articolata basilica sudamericana. Un affresco vasto, dettagliato ed estremamente icastico, popolato dalla comunità miserrima degli immigrati italiani. Attirati dal miraggio di un’America (anzi, di una «Merica») dove le banconote crescono sugli alberi, migliaia di italiani ebbero la sventura di passare dalla fame contadina all’inferno dei conventillos argentini, falansteri nei quali intere famiglie vivevano ammassate in un solo ambiente, con una sola finestra. Con in più l’umiliazione di un patron che stabiliva gli orari di apertura e chiusura, come in un ostello per i poveri.
Dio non ama i bambini cresce attorno alla cronaca, ispirata a vicende realmente accadute in Argentina tra il 1904 e il 1912, di una serie di infanticidi commessi da un bambino, Ognissanti, e pesca in una materia così dolente da dover essere sottoposta ad una progressione di filtri. Per cominciare, lo spettacolo del male viene diffratto in una pluralità di voci che messe l’una accanto all’altra restituiscono una sorta di «Spoon River» di vivi. L’apnea del sangue, poi, o quella ancora più asfissiante dell’assoluta latitanza di uno sguardo salvifico (latitanza cui allude il titolo, dove Dio, al pari del Cristo di Carlo Levi, è solo una spia, tragicamente spenta, dell’umanità dell’uomo) è interrotta da grate ballate in corsivo, in cui i bambini tornano a parlare la loro eterna lingua mentale. Forse la stessa linea lombarda che si intravede qua e là fra le pagine - nell'assalto degli anarchici ai forni, nel gaddiano sovrapporsi di dialetto, italiano e spagnolo o nelle forre che al di là dell’Atlantico paiono ugualmente testoriane - ha il compito di soccorrere il lettore, di tenergli compagnia nel caos della capitale sudamericana. Ed è un filtro, un’attenuazione, la stessa rinuncia dell’autrice ad avventurarsi nella psiche del piccolo assassino. Perché la ferocia di Ognissanti è solo l’antonomasia di un mondo sottoproletario dove la vita non vale un centesimo, forse; o più semplicemente perché il male vero contesta il principio di Leibniz che tutto abbia un perché, ed è né più né meno che senza ragione.