Attaccarono scajola e ora stanno zitti

tre mesi fa gli uomini dell'ex leader di An chiesero la testa del ministro per l'alloggio al Colosseo. Matteoli: "Quando c'è un avversario politico si invocano le dimissioni. Adesso che tocca a noi..."

Roma - Che fine hanno fatto i paladini della legalità nel centrodestra, pronti a «scaricare» dalla sera alla mattina il ministro Scajola, ora che qualche legittimo dubbio si solleva su Gianfranco Fini? Che cosa dicono i portavoce di quei «milioni di elettori onesti, grati alla magistratura» sulla cessione di un immobile a Montecarlo donato alla vecchia An e ora affittato da una società off-shore al «cognato» del presidente della Camera?
«Non rispondo alle provocazioni!», dice Italo Bocchino, animatore di Fli. A sollecitare i finiani ci ha pensato il ministro Matteoli: «Le dimissioni vengono invocate solo per i nemici. Poi quando tocca a noi...».
Una compravendita della quale gran parte della «vecchia» An non sa nulla è liquidata come «provocazione» perché tocca il leader. Ma basta andare indietro di soli tre mesi per ritrovare un ringalluzzito Bocchino attaccare il ministro dello Sviluppo dimissionario. «La vicenda di Scajola ripropone la questione della trasparenza di chi amministra la cosa pubblica. Il Pdl ha il dovere di dare una risposta sul tema della corruzione», disse invocando l’approvazione accelerata del ddl anticorruzione e ribadendo che quelle dimissioni erano «aderenti al concetto di etica pubblica che ci sta a cuore».
«Il problema è la corruzione, sono i comitati d’affari, non i giudici complottardi», gli fece eco Fabio Granata che invocò il passo indietro del ministro nel nome del «senso dello Stato e della legalità». E il famoso ddl fu invocato anche da un altro finiano doc come Carmelo Briguglio che ieri ci ha detto che «essendo stato uno dei pochi a invocare che il direttore Vittorio Feltri non fosse sospeso dall’Ordine dei giornalisti, ritengo che l’attacco a Fini in coincidenza con una crisi politica riveli un conflitto di interessi».
Parole che assomigliano a quelle dei dipietristi quando si chiede loro conto del patrimonio immobiliare attuata dall’ex pm. Insomma, se Scajola ha fatto bene, Fini non solo non deve dimettersi per una questione tutto sommato analoga, ma fa bene a tacere dinanzi alle «provocazioni».
E questa doppia morale è praticata da tutti gli ex militanti di An? Non certo dal ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. «Non si può usare l’istituto delle dimissioni quando fa comodo e poi non tenerne conto in altre circostanze». «Le dimissioni di Scajola mi spiacquero perché, oltre alla stima e alla collaborazione, ci lega l’amicizia. Lui non ha voluto tenere il governo sotto scacco pur non essendo indagato». La casa di Montecarlo? «Pur essendo responsabile organizzativo non ho mai chiesto nulla, spero che Fini chiarisca che non s’è tolto nulla ai militanti del Msi e di An che hanno affrontato molte rinunce per il partito». E se fosse confermata l’opacità della vicenda? «Preferisco sempre gli argomenti politici per marcare le distanze che mi separano dall’onorevole Fini, so che domani si riunirà il comitato dei garanti di An e comunque bisognerebbe che la Presidenza della Camera facesse una riflessione».
Ha ragione Matteoli. Le dimissioni si invocano se e solo se è coinvolto un avversario. «L’ex ministro ha avuto un comportamento corretto pur non essendo indagato - afferma Angela Napoli (Fli) - ma per quanto riguarda Fini trovo anomalo e vergognoso quanto scritto dal Giornale. Piuttosto bisognerebbe fare un’indagine su beni intestati a ex An che hanno contribuito a distruggere il partito».
Il tabù Fini non vale per il capogruppo Pdl al Senato. «Per quanto non ci fossero risvolti penali - dichiara Maurizio Gasparri - ho apprezzato il gesto di Scajola». Montecarlo? «Mi auguro che le notizie non siano vere perché riguardano il patrimonio di un’intera comunità. Immaginavo che quell’immobile fosse stato venduto per la “buona battaglia”. Il mio senso di responsabilità mi impone di sollecitare una risposta da parte dei destinatari delle domande poste dai militanti e dalla stampa». La cautela di Gasparri è quella dell’intero Pdl, garantista fino in fondo. «Non sono giustizialista. Fini si faccia un esame di coscienza e, se non ha nulla da temere, resti dov’è», chiosa il vicepresidente dei deputati Osvaldo Napoli.