Attacchi anche dai colleghi: «Campagna politica»

Stefano Zurlo

da Milano

Ironizza: «Capisco il turbamento. Il crocifisso è l’espressione di un errore giudiziario». Poi distingue: «Si può far togliere il crocifisso dalla propria aula, ma pretendere di eliminarlo dappertutto è un obiettivo politico». Mario Cicala, ex Presidente e componente del direttivo dell’Associazione nazionale magistrati, boccia su tutta la linea la singolare protesta del collega di Camerino, Luigi Tosti.
Il laicissimo Tosti dice di non riuscire a lavorare sotto il crocifisso. E l’ombra ingombrante del Vaticano. Cicala mostra di condividere il turbamento, in realtà capovolge le considerazioni del giudice marchigiano: «Lo capisco. Tecnicamente, il crocifisso è l’esecuzione di un errore giudiziario. O, almeno, questa è l’opinione prevalente. Il crocifisso ci ammonisce ad essere umili: noi giudici possiamo sempre sbagliare».
Veramente Tosti vede la questione in un altro modo e non vuole essere ammonito. Come rispondere alla sua richiesta? «Il giudice ha il potere di polizia in aula, dunque, Tosti, se lo ritiene, lo tolga. Come fanno, talvolta, i presidenti di seggio».
Troppo semplice, a quanto pare. A Camerino hanno cercato una soluzione di compromesso: gli hanno offerto una stanza dalle nude pareti. Ma lui ha rifiutato. «Eh no - s’arrabbia Cicala - Tosti può parlare per sè, ma non per tutti i giudici italiani o di Camerino. Se il suo obiettivo è generale, allora usciamo dal terreno della giurisdizione». Scontato il passo successivo: «Così si entra nel mondo della politica. Lui può anche lanciare una campagna contro il simbolo cristiano, ma è il cittadino Tosti, non il giudice ad esprimere quell’opinione».
Insomma, per Cicala, il collega marchigiano non ha titolo per sfidare le istituzioni: «Altrimenti, io che sono cattolico, potrei incrociare le braccia perché in Italia ci sono l’aborto e il divorzio». E in questo modo, ragiona l’ex Presidente dell’Anm, si andrebbe alla paralisi del Paese: «Altra cosa, naturalmente, è scontrarsi con una norma che costringa il magistrato a compiere un gesto contrario alla propria coscienza». Per esempio? «Firmare l’autorizzazione all’aborto per una minorenne. In quel caso - è la conclusione - il giudice potrà sollevare l’eccezione di legittimità costituzionale».