Attacco alla Difesa, il governo licenzia 2mila soldati

La Difesa è indifesa, i soldi non bastano e come per qualunque azienda in crisi, ora arrivano i licenziamenti. Ovviamente chi ha il posto fisso (servizio permanente) non si tocca, ma chi invece ha contratti a termine (volontari in ferma breve) non lo vedrà rinnovato e nemmeno potrà cambiare uniforme e passare alle forze di polizia, perché il pacchetto sicurezza è su un binario morto.
Quest’anno gli organici dei militari scenderanno di 1.600 unità e ci saranno anche 450 dipendenti civili in meno. Le cose non vanno meglio nel settore dell’esercizio: mancano i soldi per comprare i pezzi di ricambio, per effettuare la manutenzione dei mezzi e dei materiali, per far addestrare i soldati, per far muovere gli aerei, le navi, i mezzi. Si riduce la partecipazione alle esercitazioni internazionali, non si fanno i corsi di aggiornamento, persino i trasferimenti sono rallentati perché non si sa come pagare i conti. I fornitori reclamano per fatture inevase. Del resto il ministero della Difesa aveva richiesto 21,6 miliardi di euro, già di per se insufficienti, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha tagliato la spesa a 20,9 miliardi: 700 milioni in meno. E visto che gli stipendi non si toccano, l’accetta cade sull’esercizio e, in parte, sull’investimento. Solo una parte di questi soldi potrà essere in qualche modo recuperata con la Finanziaria, sempre che non sia stravolta dai tanti nemici delle Forze Armate che siedono nelle fila della maggioranza.
Il risultato è ben noto: l’efficienza delle linee operative sta crollando, in qualche caso al di sotto del 50%: per mesi una mezza dozzina di aerei da trasporto tattico C-130J è rimasta a terra perché non c’erano i ricambi e i soldi per la manutenzione ordinaria. Lo stesso accade per altri aerei ed elicotteri. E molti piloti dell’Aeronautica e delle altre Forze armate faticano a effettuare l’attività di volo minima per soddisfare le esigenze di sicurezza, lasciando pure perdere la capacità di combattimento. Gli sforzi sono concentrati per mantenere in efficienza reparti mezzi e materiali impiegati nelle missioni internazionali o essenziali.
Ma neanche i soldi per le missioni, extrabilancio, sono sufficienti. Serve un incremento anche solo per proseguire gli impegni in atto in Afghanistan, Libano, Balcani. Il perché è semplice: il livello della minaccia è cresciuto, servono più mezzi e più pesanti, che hanno costi maggiori e certi contingenti vanno rinforzati. Senza dimenticare che gli stanziamenti per le missioni all’estero coprono essenzialmente gli oneri vivi (indennità, trasferimenti, consumi, un minimo di dotazioni), ci sono pochi spiccioli per sostituire i mezzi e i materiali logorati da un uso intensissimo e in ambiente difficile. Per fortuna le perdite di mezzi e materiali a causa di attacchi o azioni di combattimento è minimo, quello che pesa è il mancato ammortamento dei mezzi scassati o consumati a causa del super impiego.
Anche i fondi per l’investimento sono insufficienti: moltissimi programmi vengono cancellati perché mancano le risorse. E non è certo ricorrendo ai mutui o alle anticipazioni di cassa in cambio della cessione di immobili che si può rimediare. Questa situazione ha un impatto micidiale sulle industrie della difesa nazionali, che anche se cercano di trovare nuovi mercati all’estero e di internazionalizzarsi, come Finmeccanica, sono azzoppate dalla pochezza delle risorse per ricerca e sviluppo.
Ma piuttosto che dedicare alla Difesa le risorse necessarie il governo si prepara al colpo di mano: ridurre drasticamente la consistenza e le capacità delle Forze Armate. Invece di farlo attraverso un dibattito politico e pubblico si procede alla chetichella: l’attuale «Modello di Difesa» prevede 190.000 uomini e donne. Lo si sta strangolando un po’ alla volta: nel 2007 si è scesi a 187.600, nel 2008 si andrà a 185.000 e poi si continuerà. L’obiettivo non dichiarato è di arrivare a 160.000 militari. E con forze armate professionali questo vuol dire cancellare posti precari e fissi. Però mentre si fanno le barricate per difendere 1.000 posti di lavoro in un qualunque azienda statale o privata, la prospettiva di eliminare 30.000 posti di lavoro militari non sembra scaldare nessuno. Per non parlare della perdita di capacità militari che ridurrà il ruolo internazionale dell’Italia.