Attacco kamikaze, italiano ferito in Afghanistan

Il capitano Cavallaro: «Ho visto il corpo decapitato di una vittima»

Fausto Biloslavo

«Stavamo parlando tranquillamente, quando all’improvviso abbiamo sentito una forte e cupa esplosione. L’onda d’urto ha mandato in frantumi i vetri della finestra e ci siamo buttati istintivamente a terra cercando riparo», racconta il capitano Livio Cavallaro, un veterano della Folgore, descrivendo l’attacco kamikaze contro Camp Vianini, la base italiana del centro di ricostruzione provinciale (Prt) ad Herat, in Afghanistan. Ieri mattina alle 8.40 locali, le 6.10 in Italia, un terrorista suicida a bordo di un fuoristrada si è fatto saltare in aria a una decina di metri dall’ingresso secondario della base.
La violenta esplosione ha ucciso un poliziotto di guardia, un passante, lo stesso attentatore e ferito sette afghani, oltre all’architetto italiano Andrea Lorenzetti. Pizzetto ben curato, quasi sempre in giacca blu, 41 anni, Lorenzetti è a capo del programma «Emergenza Herat» del Prt, il settore civile della missione. Padre di una bambina di tre anni, originario di Massa Carrara, partecipa alla ricostruzione dell’Afghanistan dal marzo del 2005. Lorenzetti si trovava nel suo ufficio quando l’esplosione ha fatto tremare l’edificio e mandato in frantumi le finestre. Alcune schegge di vetro lo hanno ferito all’avambraccio sinistro. Subito trasportato alla base avanzata presso l’aeroporto di Herat, dove c’è un ospedale da campo, Lorenzetti è stato sottoposto a un piccolo intervento per estrarre le schegge. Sta bene e sarebbe già stato dimesso.
«Sono corso a prendere l’arma, il giubbotto antiproiettile e l’elmetto. Altro personale stava raggiungendo le postazioni previste in caso di allarme», racconta il capitano Cavallaro, 41 anni, ufficiale della pubblica informazione della base. Assieme a lui si è diretto verso l’uscita il sottocapo di seconda classe del Reggimento San Marco, Michele Labellarte, un ragazzo tutto di un pezzo, che fa da chioccia ai giornalisti quando arrivano a Herat. «Siamo subito corsi verso il luogo dell’esplosione e ho notato un alto e denso fumo nero salire verso il cielo da oltre il muro di cinta. Camminavamo sopra vetri, calcinacci, pezzi di lamiera carbonizzata e c’erano anche resti umani», spiega il capitano. Probabilmente erano i resti dell’attentatore, dilaniato dall’esplosione. «Siamo usciti e a destra ho notato l’avantreno accartocciato e annerito di un veicolo, probabilmente quello utilizzato per l’attacco. Più avanti c’erano altri tre mezzi in fiamme, tutti civili, due parcheggiati e uno in mezzo alla strada. Purtroppo, riverso in un canaletto, ho visto il corpo decapitato di una vittima», racconta con lucidità Cavallaro.
Il fuoristrada sarebbe stato caricato con l’equivalente in esplosivo di due proiettili di artiglieria di grosso calibro, secondo alcune stime. Per fortuna il terrorista è saltato in aria prima dell’ingresso principale del Prt provocando dei danni relativi tenendo conto che lo spesso muro di cinta ha retto all’attentato. Se avesse atteso l’uscita di un convoglio di italiani, spesso in missione per costruire scuole, ospedali o ponti, il kamikaze avrebbe potuto provocare una strage.
Dell’attentato ne hanno fatto le spese un poliziotto di guardia e alcuni ignari passanti afghani, uno dei quali è stato decapitato, mentre arrancava con un carretto davanti alla base. L’Anso, un’agenzia di sicurezza delle organizzazioni non governative presenti in Afghanistan, sospetta che la macchina minata fosse di qualcuno che abita nelle vicinanze «il quale parcheggiava normalmente di fronte al Prt».
Meno di un’ora dopo è arrivata la rivendicazione dei talebani. Qari Mohammed Yousuf, che si è presentato come portavoce degli studenti guerrieri, ha letto un comunicato a radio Arman, una delle più seguite del Paese. «L’attacco era diretto contro le forze straniere» presenti in Afghanistan e farebbe parte dell’offensiva talebana annunciata per primavera.
A Herat sono impegnati 360 militari italiani. Quello di ieri è il secondo attacco kamikaze contro i nostri soldati e il capitano Cavallaro spiega che non sarà facile dimenticare «l’odore di carne macellata, che mi sono portato addosso per tutto il giorno».