Attacco a Nassirya, uccisi tre militari italiani

Luciano Gulli

Ci avevano provato altre volte. L’ultima, appena sei giorni fa. Bombe a basso potenziale. E anche quelle, sempre collocate ai bordi della strada, o sullo spartitraffico. Mucchi di ciarpame, fagotti pieni di spazzatura, tronchi di palma cavi, sembrano sempre. Colpi d’assaggio, come se avessero voluto prendere le misure sul teatro delle operazioni prima dell’attentato vero. Botti di media forza, fabbricati anche per saggiare la resistenza della blindatura dei nostri mezzi corazzati. O calibrati apposta per allentare in qualche modo il livello di attenzione dei nostri militari. Un petardo in più, uno in meno... Sono avvertimenti, minacce sonore, un modo per farci sapere che «loro» ci sono, è la convinzione che uno, un po’ alla volta, si fabbrica. E poi noi italiani avevamo già pagato pegno, no? quel 12 novembre di tre anni fa.
Ieri mattina, in pieno sole, con una perfetta visibilità, alle 8.50 di una giornata che si annunciava placida e anche un po’ noiosa, l’unghiata che ammazza. Un boato, un grande bagliore, e il convoglio italiano è centrato in pieno. Una bomba sui bordi della strada, si è detto; anzi, sulla linea dello spartitraffico, dissimulata da una manciata d’erba e scarti di cucina, dice chi ha effettuato i sopralluoghi.
In colonna ci sono quattro mezzi della Msu, l’Unità militare specializzata dei carabinieri. Il convoglio sta transitando lungo un vialone a sud ovest dell’abitato di Nassirya, capitale di quella provincia di Dhi Qar il cui controllo è affidato ai soldati della missione «Antica Babilonia». Il convoglio è diretto al Pjoc, il Centro provinciale delle operazioni congiunte, che è poi la sala operativa integrata delle Forze di sicurezza dell’area di nostra competenza.
Su ogni «scarrafone», come i militari definiscono affettuosamente i mezzi in questione - mezzi dotati di una discreta protezione da fuoco leggero o da schegge, non da deflagrazioni potenti - ci sono quattro uomini. Su uno di essi, il secondo del convoglio, quello preso in pieno dall’esplosione, c’è anche un ragazzo romeno, Bogdan Hancu, 28 anni, caporale della polizia militare. Con lui muoiono il capitano Nicola Ciardelli, 34 anni, del 185º Artiglieria Paracadutisti della Folgore; il maresciallo capo dei Carabinieri Franco Lattanzio, 38 anni, del Comando provinciale di Chieti, e il maresciallo capo Carlo De Trizio, 41 anni, del Comando provinciale di Roma. I primi tre muoiono sul colpo. Il maresciallo De Trizio respira ancora quando viene soccorso. Lo stabilizzano, lo trasportano in elicottero in ospedale, ma quando arriva non c’è più nulla da fare. L’elenco si chiude con un ferito, il maresciallo Enrico Frassanito, 41 anni, che era arrivato in Irak solo da 15 giorni e siccome gli era parsa una buona cosa dare una mano al prossimo in un modo più fraterno, diciamo così, di quanto non prevedano le regole d’ingaggio, aveva studiato l’arabo, e si intendeva con la popolazione locale a meraviglia. Ora è ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale americano di Arì Farjat, 150 chilometri da Kuwait City, con ustioni sul 50 per cento del corpo.
Ci sono due rivendicazioni, per l’attentato. Una è firmata dalle «Brigate Imam Hussein», sicari che orbitano intorno alla cupola diretta dal terrorista giordano Abu Musab Al Zarqawi. L’altra rivendicazione porta la firma dell’Esercito islamico in Irak, anche questa filiazione della gang di Zarqawi, più nota della prima per essersi attribuita in passato l’uccisione del giornalista italiano Enzo Baldoni e il rapimento dei giornalisti francesi Chesnot e Malbrunot.
È la seconda volta che ci prendono di mira. E non c’è stato gesto di distensione, parco giochi riparato, scuola od ospedale messo o rimesso in piedi, spiegazione dettagliata dei motivi («Umanitari, capito? Umanitari!») che ci avevano portato tra le sabbie di Nassirya, per convincere la mano nera del terrore che dalle province intorno alla capitale muove i suoi uomini fin nel sud, tra le sabbie e le paludi della regione di Dhi Qar. Il 12 novembre del 2003 andò peggio. Quel giorno, due automezzi imbottiti di esplosivo si lanciarono a tutta velocità contro la palazzina di tre piani che alla base Maestrale ospitava i carabinieri della Msu. Fu strage. Morirono 12 carabinieri, 5 uomini dell’Esercito e due civili.
Da allora, le tattiche d’attacco dei guerriglieri sono cambiate. Oggi preferiscono quelli che gli americani hanno ribattezzato «Ied» (improvised explosive device), ordigni non convenzionali posti ai lati della strada e fatti esplodere al passaggio di convogli militari. L’effetto è sicuro, non c’è bisogno di «spendere» kamikaze e gli scopi «didattici» e propagandistici (visto che si possono filmare da bordo campo tutte le fasi dell’attacco, dalla deposizione dell’ordigno fino alla sua esplosione) garantiti. Pochi sforzi, rischi prossimi allo zero, effetto mediatico garantito.