"Atteggiamento inaccettabile offendono chi aiuta la ricerca"

Il direttore dell’Airc Maurizio Savi, l’associazione che lotta contro il cancro: "Così ci tolgono tre quarti di ciò che ci spetta"

Milano - «Sono perplesso, spero che il governo ci ripensi perché questa scelta sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti di tutti gli italiani che hanno dimostrato una grande prova di maturità nel destinare una parte dei propri soldi al mondo del non profit». Maurizio Savi, direttore generale dell’Airc, l’Associazione italiana ricerca sul cancro, ha vent’anni di esperienza nell’associazionismo e aspetta la fine del dibattito parlamentare prima di scagliarsi contro l’ennesima scelta anti popolare di questo esecutivo.

Il governo vuole mettere un tetto di 100 milioni di euro al cinque per mille, lei spera in un miracoloso cambiamento?
«La settimana scorsa il ministro Ferrero e altri esponenti del governo hanno garantito che il 5 per mille non sparirà, semmai verrà estratto dalla Finanziaria e diventerà una legge a parte, così come avviene per l’8 per mille. Ora, a pochi giorni di distanza dall’incontro, si rimangiano l’idea. Un atteggiamento inaccettabile e schizofrenico, come questa maggioranza in cui ci sono anime che sostengono il 5 per mille e altre che lo vorrebbero far sparire».

Come spiega questa retromarcia, allergia alla sussidiarietà?
«Il problema penso sia più banale. Credo che il governo abbia problemi di copertura e non sia in grado di garantirci quei fondi. Del resto non abbiamo visto ancora un centesimo delle quote provenienti dalla dichiarazione del 2006. È un anno e mezzo che aspettiamo».

E come se la cava con le spese per la ricerca?
«Non tengo conto dei soldi provenienti dall’Irpef. Per fortuna, anche senza quei fondi, nel 2007 riusciremo lo stesso a destinare 37 milioni alla ricerca per circa 800 progetti avviati in tutta Italia».

Voi siete l’associazione che ha ricevuto più preferenze dagli italiani. Più dell’Unicef, del Wwf, di Telethon, dell’Aism. La scelta la lusinga?
«Certamente. E questo segnale non può essere ignorato dal governo. Più di 900mila italiani ci hanno destinato una parte dei loro redditi e alla fine dovremo ricevere 32 milioni di euro. Un record. Ma a oggi io non posso fare conto su quei soldi, non sappiamo come e quando riceveremo quanto ci è dovuto».

Se l’emendamento passerà in Finanziaria, quali conseguenze avrà sulla vostra attività?
«Se il tetto reale resta a 100 milioni, tutti riceveremo un quarto rispetto a prima. E il governo non potrà più chiamarlo 5 per mille, ma uno per mille».

Non sarà proprio la stessa cosa...
«Ovviamente. Per noi il 5 per mille è importantissimo. Più del 70% della gente ha espresso una preferenza verso un’associazione, e questa è una prova di maturità del Paese nell’ambito sociale e solidale di cui dobbiamo essere tutti orgogliosi. E il governo Prodi deve tenerne conto. Inoltre, c’è un discorso di continuità. Lo Stato non deve guardare a questi soldi come una voce di costo, ma come un investimento».

Pensiamo all’ipotesi più negativa, che il tetto sia drasticamente ridotto.
«Siamo in piedi da 40 anni comunque. E se ci tagliassero i fondi continueremmo a contare sulla generosità e sulla fiducia delle persone e dei nostri due milioni di soci. Il 10 novembre è la giornata nazionale dell’Airc, raccoglieremo fondi ovunque, dai supermercati ai campi di calcio. E il popolo italiano è generoso».

L’ha delusa la scelta del governo?
«Mi lascia perplesso, credevo che fosse assodato il valore di questo 5 per mille, un valore che va ben al di là dei soldi. Era, in fondo, un modo per spiegare la battuta del ministro dell’Economia quando diceva che è bello pagare le tasse. Invece si è smentito anche lui…».