Attentato al minibus: era una bomba Ora la polizia turca scorterà i turisti

Inviati rinforzi nella zona di Kusadasi. A Tunceli uccisi dieci ribelli curdi

Marta Ottaviani

Dopo la strage costata la vita a cinque persone, per Kusadasi - la località di villeggiatura sul Mar Egeo dove sabato è stato compiuto un attentato terroristico con una bomba su un minibus di turisti -, è iniziato il ritorno alla normalità. Le autorità turche hanno rafforzato i controlli sulla costa, che è tra le mete preferite dei turisti europei. La polizia e il personale paramilitare, accompagnati da cani addestrati a rintracciare ordigni, hanno cominciato ieri a fermare e perquisire tutti i veicoli diretti verso le località balneari di Bodrum e Marmaris. Dalle province di Muglas e Ankara sono stati inviati decine di agenti di polizia per dare manforte alle forze di sicurezza della zona.
L’ambasciata italiana ad Ankara ha reso noto che non ci sono allarmi particolari per i turisti del nostro Paese che intendono recarsi in vacanza in Turchia, sottolineando che il Paese non è incluso nella lista stilata dal ministero degli Esteri, che comprende le località sconsigliate per i viaggi.
Il rafforzamento delle misure di sicurezza ha coinvolto anche altre aree, meno frequentate dai turisti. La polizia militare turca ha disinnescato cinque chilogrammi di esplosivo C-4 a Tunceli, nell’est della Turchia, dove si concentrano le azioni dei separatisti, e ha confiscato 18 granate, varie pistole automatiche e 25 chili di esplosivo di tipo C-3. Sempre ieri dieci ribelli curdi sono stati uccisi vicino alla città di Van durante uno scontro con le forze dell’ordine.
Intanto emergono nuovi particolari sulla paternità e la dinamica dell’attentato.
Gli autori dell’attacco potrebbero essere i «Falchi della libertà del Kurdistan» (Tak). La notizia è stata anticipata ieri dal quotidiano turco Hurriyet, secondo cui il braccio armato del Pkk avrebbe rivendicato la responsabilità dell’attentato al minibus e anche l’esplosione di otto giorni fa a Çesme, un’altra rinomata località di villeggiatura, e che ha provocato il ferimento di venti persone. È proprio su questa organizzazione separatista che si erano concentrati i primi sospetti degli inquirenti.
Il Partito dei lavoratori del Kurdistan continua a negare qualsiasi responsabilità nella strage di sabato. In una dichiarazione apparsa sul sito della Mesopotamian News Agency, l’organizzazione, considerata fuori legge sia dalla Turchia sia dall’Unione Europea, ha anche negato di avere collegamenti con i «Falchi del Kurdistan».
Se la parternità dell’attentato è ancora incerta, emergono invece elementi sicuri sulla sua modalità. È ormai assodato che a provocare l’esplosione all’interno del minibus non è stato un kamikaze (nella prima fase delle indagini si era parlato di una ragazza di 16 anni), bensì un pacco bomba posto sotto un sedile. A confermarlo è stato ieri pomeriggio Mustaf Malay, governatore della provincia di Aydin. «In questo momento - ha spiegato Malay - abbiamo due possibilità. È possibile che l’esplosivo avesse un timer oppure che sia stato attivato a distanza. Di sicuro non c’era un attentatore suicida».
E mentre nella zona continua l’arrivo di turisti europei, sono state identificate le tre altre vittime dell’attentato. Si tratta di tre ragazzi di nazionalità turca. Deniz Tutum, 21 anni, si stava recando sul posto di lavoro, che dista appena cento metri dal luogo dell’esplosione. Eda Okyay e Ufuk Yüceden lavoravano alla Türkcell di Smirne e si trovavano a Kusadasi per il week-end. I due giovani avevano appena deciso di sposarsi.