Attentato alla moschea, è il terzo in 20 giorni

da Milano

Due molotov di fattura molto artigianale, lanciate dall’esterno, senza scavalcare il cancello del cortile. E poi, mentre le bottiglie stanno per esplodere, un tubo metallico - che all’estremità ha una fettuccia di stoffa e, all’interno, della polvere esplosiva - viene fatto rotolare da sotto il cancello verso le molotov, naturalmente allo scopo di farcelo finire sopra e deflagrare. Operazione maldestra, imprecisa, messa a segno con la stessa noncuranza di chi fa uno scherzo che potrebbe riuscire ma anche no e che, innanzitutto, si assicura una fuga certa, sgommando lontano a bordo di una vettura. Infatti il tubo finisce altrove e (fortunatamente) dopo la prima e la seconda esplosione delle molotov si alza un denso fumo nero, ma il terzo scoppio - che sicuramente sarebbe stato il più pericoloso - non c’è. Così come non ci sono feriti o danni particolari, se non qualche annerimento dei muri, alla struttura.
È stato il terzo attentato incendiario con obbiettivo un centro islamico in 20 giorni, quello verificatosi qualche minuto dopo mezzanotte e mezza tra giovedì e venerdì davanti all’ingresso del piccolo centro islamico con annesso centro culturale di Abbiategrasso, popoloso comune alle porte di Milano. Il centro esiste da due anni in un cortile-ex falegnameria dove, oltre alla villetta del proprietario ora in pensione e a un vecchio negozio con scantinato che ospitano il centro, c’è anche una fabbrichetta con un capannone.
Doverosa precisazione: stiamo parlando di un terzo attentato perché, oltre a quello che, nella notte tra domenica e lunedì scorso, con due bombe carta, ha distrutto la vettura del sostituto estivo dell’imam di Segrate (parcheggiata davanti all’ingresso principale), ad Abbiategrasso ce n’era stato un altro analogo il 20 luglio scorso. Allora, però, la notizia era stata totalmente oscurata (con dolo?). Forse perché proprio lo stesso giorno veniva liberato un illustre cittadino di Abbiategrasso, il missionario padre Giancarlo Bossi, rapito a giugno nelle Filippine.
Anche in quel caso due molotov. «Allora non ci preoccupammo troppo - confida Hamid, 46 anni, gli ultimi 16 in Italia, portavoce del centro - pensavamo a una ragazzata. Il fatto che si sia ripetuto stanotte (l’altra notte per chi legge, ndr), più o meno alla stessa ora, ci inquieta. Ora abbiamo paura». Sul posto, l’altra sera, dopo la deflagrazione delle molotov sono arrivati i vigili del fuoco e i carabinieri della compagnia locale che si occupano delle indagini. E che forse, stavolta, potrebbero aver fatto un errore strategico nella repertazione dei resti. Non sapremo mai, infatti, quanta e di che tipo era la polvere esplosiva contenuta nel tubo metallico. Gli artificieri dell’Arma, infatti, subito dopo l’attentato e probabilmente nel timore che esplodesse, lo hanno portato in un campo sportivo poco lontano e fatto brillare. Senza analizzarlo.