Attentato al premier, il Pakistan rischia il caos

Finchè c’era lei Asif Alì Zardari era soltanto un “Mister dieci per cento”, un signore delle trattative sottobanco condotte all’ombra del coniuge primo ministro. Ora però il 52enne vedovo di Benazir Bhutto - sopravvissuto a 11 anni di carcere e ad una ventina d’inchieste per corruzione, omicidio e traffico di droga - rischia di venir promosso presidente e di trasformarsi nel simbolo vivente delle contraddizioni pakistane.
La precarietà del Paese è scritta nelle sue cronache quotidiane. A soli tre giorni dalla convocazione del Parlamento e delle assemblee provinciali per la designazione del nuovo presidente, il Pakistan deve fare i conti con un attentato all’auto del primo ministro e con i disordini innescati dalle voci di attacchi americani ai santuari qaidisti ai confini nordoccidentali. In tutto questo lo spregiudicato Alì Zardari, vedovo della più famosa vittima dell’integralismo armato, non esita a rincorrere il voto dei delegati fondamentalisti promettendo la riapertura di due “scuole islamiche” considerate covi del terrorismo.
L’attentato al premier, interpretabile come un avvertimento al nuovo governo, arriva a metà mattina quando la limousine diretta all’aeroporto di Islamabad per accogliere Yousuf Raza Gilani di ritorno da Lahore viene colpita al parabrezza da tre colpi sparati da un cecchino. Le fucilate, seppur senza conseguenze, sono il sintomo dell’insicurezza di un Paese dove l’intensificarsi dello scontro tra l’esecutivo e i gruppi islamici radicali si mescola con le trame dei servizi segreti vicini ai talebani.
A rendere tutto più complesso e difficile ci pensa il candidato alla presidenza Alì Zardari. Nominato reggente del Ppp dopo l’assassinio - il 27 dicembre scorso - di Benazir Bhutto, Alì Zardari guida il partito alla vittoria nelle elezioni parlamentari di primavera promettendo guerra senza quartiere all’integralismo e costringendo il presidente Pervez Musharraf alle dimissioni. A tre giorni dalle presidenziali Zardari è però già pronto al compromesso con i fondamentalisti. Ad innescare il giro di boa ci pensa la formazione islamista dello Jiamiat Ulema Islami prospettandogli il voto dei propri delegati. Il “signor dieci per cento” non ci pensa due volte. Pur contando su una solida maggioranza in Parlamento il partito della famiglia Bhutto non controlla tutte le assemblee provinciali. E le recenti purghe interne imposte dal vedovo di Benazir rendono incerta la fedeltà di molti delegati. Così, pur di garantirsi la vittoria sull’ex magistrato Said Uz Zaman Siddiqi, appoggiato dall’ex premier Nawaz Sharif, e su Mushaid Hussain Sayed, candidato ombra del dimissionario presidente Pervez Musharraf, il disinvolto Zardari non esita ad accettare il voto integralista. In cambio garantisce la ricostruzione della madrassa di Fareedia e dell’attiguo seminario attaccati e distrutti dopo l’assedio alla Moschea Rossa, la roccaforte integralista nel cuore di Islamabad assediata ed evacuata dall’esercito nel luglio 2007.
Il patteggiamento con i fondamentalisti è solo una delle ambiguità che caratterizzano la corsa alla presidenza di Zardari. Pur avendo criticato per mesi l’autoritarismo di Musharraf costringendolo alle dimissioni, il vedovo della signora Bhutto si guarda bene ora dal garantire la reintegrazione dei magistrati della Corte Suprema destituiti dall’ex presidente. Se le passate odissee giudiziarie e gli undici anni trascorsi in galera giustificano la diffidenza verso la magistratura, altri dietrofront appaiono meno scontati. La contraddizione fonte di maggiori diffidenze riguarda le modifiche costituzionali introdotte da Musharraf, che garantiscono la possibilità di sciogliere il Parlamento. Dopo aver promesso per mesi di volerle cancellare, ora Zardari temporeggia evitando ogni presa di posizione sull’argomento. Quanto basta per far temere che, una volta eletto, si trasformi nella brutta copia del predecessore.