Attentato a Saviano? Ora il pentito dice: «Tutta una bufala»

I meccanismi della comunicazione sono notoriamente contorti e inspiegabili. I corridoi delle questure e dei palazzi di giustizia inopinatamente affollati e confusi. E la predisposizione al pentitismo e al pietismo, negli italiani, particolarmente spiccata e pericolosa. Se le tre cose, per caso, finiscono con l’incrociarsi, scatta il cortocircuito. Black out. Non si vede - e non si capisce - più nulla. Cosa sta succedendo?
Brancolando nel buio, dopo due giorni durante i quali i riflettori - mediatici, giudiziari, emotivi - erano tutti puntati sullo scrittore Roberto Saviano, vittima predestinata da qui a Natale di un attentato camorristico, abbiamo sbattuto la faccia contro la notizia dell’ultima ora: non è vero nulla. Dietrofront, falso allarme. I giornali ribaltano le pagine, i magistrati aprono un nuovo filone di inchiesta, il pubblico ripiega i fazzoletti. E noi continuiamo a chiederci: ma cosa è successo?
È successo - e sarebbe importante oltre che utile capire per quale motivo - che il dramma nazionalpopolare del più popolare dei nostri giovani scrittori si sia trasformato, tempo 48 ore, in farsa. Il che è una fortuna per tutti, naturalmente. Ma è anche inquietante. Carmine Schiavone, il collaboratore di giustizia indicato in un rapporto trasmesso alla magistratura da addetti alla sicurezza come la fonte dalla quale proveniva l’allarme dell’imminente attentato contro l’autore di Gomorra, ha negato tutto. E se era considerato «altamente attendibile» quando lo ha rivelato, a rigor di logica, dovrebbe rimanere attendibile anche ora che lo nega. E viceversa. Ieri, interrogato in una località segreta dal procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti e dal pm della Direzione distrettuale antimafia Antonio Ardituro, il pentito Schiavone ha negato tutto: mai saputo nulla di un attentato che il clan dei Casalesi intendeva organizzare ai danni di Saviano; e tantomeno mai parlato con alcuno delle intenzioni della camorra di uccidere lo scrittore napoletano. La notizia è arrivata tramite agenzie sulle scrivanie dei giornalisti mentre Saviano si trovava negli studi televisivi di Canale 5 per prepararsi a registrare il one-man-show di Matrix, che sulla vicenda-attentato ieri sera ci ha costruito una puntata speciale. Un caso mediatico da manuale. Contemporaneamente la procura iniziava a indagare per accertare le modalità di diffusione della «soffiata». Un caso giudiziario da manuale. E nello stesso tempo Saviano commentava che «Difficilmente un pentito ammette di avere ancora rapporti con i clan» mentre il leader dei Casalesi, «Sandokan» Schiavone, diffidava Saviano via fax da affermazioni false e calunniose «accostandomi a signori che non ho mai conosciuto». Un caso umano da manuale.
Saviano, come recita un titolo a tutto schermo della scenografia di Matrix, è «uno di noi». Ci mancherebbe. Lo era già prima di sapere della strage programmata dai boss, e lo rimane anche ora che quella stessa strage sembra non essere mai stata pensata. Rimane da chiedersi, piuttosto, che senso ha tutto ciò che è accaduto negli ultimi due giorni, quando in Italia non sembrava degna di notizia e di commento altra vicenda che quella di Saviano, di Gomorra e della camorra: la scoperta dell’attentato, lo stupore generale, i cori di indignazione, la generale solidarietà, l’annuncio shock dalle pagine di Repubblica - «Vado via dall’Italia per riavere la mia vita: non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo» - la pioggia di reazioni, gli appelli, la raccolta di firme dei parlamentari per invitarlo alla Camera, le assicurazioni del Presidente della Repubblica, Napolitano - «Lo Stato sta vegliando su di te» - i colleghi scrittori schierati con lui - «Fa bene ad andarsene da questo Paese» - i fan che gli scrivono «Non mollare».
E così sia, anche se tutto questo è nato da una falsa notizia: non mollare, Saviano. Come hai detto tu, «Siamo ancora all’inizio e lontani dall’aver sconfitto il fenomeno e anche dall’avergli dato una mazzata». Nessuno può chiederti di smettere di essere uno scrittore. E nessuno può permettersi di trasformarti inutilmente in un eroe - categoria della quale, come è noto, nessun Paese dovrebbe mai aver bisogno.
Luigi Mascheroni