Attenti ai colpi di mano alla Pertini

Alberto Indelicato

Com'è noto, la coalizione di centrosinistra dispone al Senato di una maggioranza talmente striminzita da dover temere ad ogni votazione che i suoi provvedimenti siano bocciati, con conseguenze catastrofiche per il governo. E ciò malgrado il fatto che i senatori a vita, che lo siano per nomina o per essere stati presidenti della Repubblica, si siano aggiunti e continueranno ad aggiungersi a quelli dei loro colleghi eletti.
Con l'elezione alla carica di presidente della Repubblica di un senatore a vita notoriamente di sinistra, la coalizione governativa ha perduto un voto, ma c'è un rimedio. Lasciando libero il suo seggio a Palazzo Madama, il presidente Napolitano si è conquistato il diritto di nominare colui che lo sostituirà.
Uno solo? Spiegheremo poi perché poniamo questo interrogativo. Anzitutto però vogliamo dirci sicuri che, per ottenere l'appoggio della propria parte politica nella conquista del Quirinale, Giorgio Napolitano non ha dato nessun pegno e non ha fatto neppure alcuna promessa.
In occasione delle elezioni di precedenti presidenti, il pegno c'è stato eccome ed è consistito nel graziare questo o quel condannato per reati politici o comuni. Oppure nel guardare con qualche benevolenza a iniziative governative o legislative senza fare, ad esempio, uso del suo diritto, costituzionalmente riconosciuto, di rimandare una legge al Parlamento.
Non è il caso di scandalizzarsi, poiché le istituzioni, anche le più alte, non sono sottratte al gioco politico.
Ma pur se nella elezione di Napolitano non c'è stato nulla del genere, non è affatto da escludere che i massimi dirigenti della coalizione non abbiano almeno sperato che il presidente ponga rimedio alla debolezza di cui soffrono al Senato.
È certamente vero che, con la Costituzione attualmente vigente, un presidente della Repubblica non può fare molto; egli ha tuttavia nelle proprie mani l'arma della nomina dei senatori a vita.
Com'è noto, in base al secondo comma dell'articolo 59 della Costituzione, «il presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».
Sappiamo che spesso i prescelti a questo importante, a volte fondamentale, ruolo sono stati invece politici di lungo corso. In questo modo ci si è clamorosamente allontanati tanto dalle intenzioni dei costituenti quanto dallo spirito della norma.
Tuttavia è proprio questo che il centrosinistra si attende: che sia nominata una persona «sicura», che rinforzi le sue schiere nella Camera alta.
Anzi, addirittura potrebbe sperare in qualcosa di più, se si tornasse alla interpretazione sui generis che dell'articolo 59 diede Sandro Pertini. Questi sostenne che ogni presidente aveva diritto di nominare i suoi cinque prescelti e nessuno ebbe il coraggio di opporglisi (come dar torto al presidente-partigiano?). Basterebbe che quella interpretazione fosse invocata come un precedente e il gioco sarebbe fatto.
Quando l'articolo 59 fu discusso all'Assemblea Costituente, Umberto Terracini si dichiarò decisamente contrario a questa interpretazione, perché - disse - le personalità con altissimi meriti in campi diversi da quello politico hanno pur sempre opinioni e atteggiamenti «che si rifletterebbero inevitabilmente sulla fisionomia politica del Senato, quale risulta dalle elezioni».
Il relatore, l’onorevole Giuseppe Alberti, sosteneva al contrario che «per il loro numero esiguo, i senatori a vita non avrebbero mai potuto spostare il centro di gravità di una situazione politica».
Dopo le ultime elezioni abbiamo potuto constatare che aveva ragione Terracini e torto il relatore. Lo dimostra il fatto che con il loro «esiguo» numero i senatori a vita hanno hanno avuto il potere di spostare il centro di gravità dell’attuale situazione politica.
E ancor più distorto sarebbe l'equilibrio democratico dalla eventuale nomina, in base alla interpretazione voluta da Sandro Pertini, di altri cinque senatori a vita.
Conoscendo l'estremo scrupolo che contraddistingue le azioni e i comportamenti del presidente Napolitano, siamo certi che egli non si abbandonerà agli spericolati esercizi di diritto costituzionale «creativo» e che, quando arriverà per lui il momento di nominare il proprio successore, egli rispetterà la lettera e lo spirito dell'articolo 59 della Costituzione, senza tener conto né delle sue preferenze politiche né delle esigenze degli amici che lo hanno eletto.