«Attenti alle schegge impazzite Biagi non fu ucciso 30 anni fa»

da Roma

Domani, sabato 17 febbraio. Trent’anni esatti dopo la cacciata di Luciano Lama dall’Università di Roma ad opera degli autonomi, un evento strabiliante e traumatico, che rendeva ancor più incerti e pesanti quegli anni plumbei. Guarda tu: una tal ricorrenza cade proprio nel giorno della manifestazione contro l’ampliamento della base americana di Vicenza, incerta e preoccupante anch’essa per il contorno di rigurgiti terroristici, l’allarme del governo sul pericolo di «infiltrazioni», lo spettro degli autonomi, ancora il sindacato nell’occhio del ciclone. Cos’è, il postino che suona sempre due volte? La tragedia che si replica in farsa? L’italica pulsione a non far mai fino in fondo e bene, i conti con la propria storia? Forse questo 17 febbraio è soltanto una coincidenza... Ma val la pena parlarne con chi, come Diego Novelli, a queste «coincidenze» è sempre stato attento, seppur con disincanto. Figura ormai storica della sinistra italiana, trent’anni fa Diegu era sindaco di Torino.
Ricorda quel 17 febbraio di Lama alla Sapienza?
«Come potrei dimenticarlo? Ne rimasi molto colpito, non immaginavo che si potesse giungere a tanto. A Torino poi, eravamo talmente presi dalle nostre vicende... Pochi giorni dopo qui ci fu il primo delitto grosso: uccisero il brigadiere Ciotta sotto gli occhi della moglie che lo salutava alla finestra. Un mese dopo fu ucciso l’avvocato Fulvio Croce alla vigilia del processo alla Brigate Rosse, poi Carlo Casalegno...».
Sì, un’orribile stagione di sangue... E dopo trent’anni ritornano gli allarmi, i sospetti, le paure.
«Credo che non si possano fare analogie, perché è completamente diverso il contesto. Oggi il brodo di cultura in cui allora il terrorismo s’alimentava, non c’è. E non c’è più l’ubriacatura ideologica che caratterizzava quegli anni».
Però tanto la magistratura quanto il potere politico hanno drammatizzato questi ultimi arresti, suscitando allarme e il timore di una rinascita brigatista.
«Il pericolo è indubbiamente reale, almeno per quanto se ne sa: le indagini andavano avanti da un anno, l’operazione non sembra affatto improvvisata. Del resto, che ci siano frange estremiste e violente, schegge impazzite, è quasi naturale, fisiologico direi. La violenza fa parte della nostra società, guarda quel che succede negli stadi. Bisogna tenere la guardia alta, perché D’Antona, Biagi e quel povero poliziotto sul treno non sono stati uccisi trent’anni fa».
Il governo però, col ministro dell’Interno davanti al Parlamento, mette in guardia da “infiltrazioni” nella manifestazione di Vicenza. Amato esagera?
«Qualche scalmanato può sempre farsi vivo e danneggiare una manifestazione pacifica, il partito degli stupidi è sempre forte. Non so quanto l’allarme sia giustificato, ma non mi sembra che Amato abbia messo sullo stesso piano i pacifisti con i brigatisti. Mi preoccupano piuttosto i tentativi di strumentalizzazione».
Di che tipo?
«Quando vedo che il quotidiano di Torino, uno dei maggiori giornali italiani, titola in prima pagina accomunando il rischio terrorismo alla protesta no-Tav, resto allibito. Questo significa criminalizzare un’intera vallata che chiede di essere ascoltata sull’alta velocità! Ma siamo impazziti?».
Crede che a Vicenza andrà tutto bene?
«Non ho la palla di vetro, ma lo spero. Dipenderà molto anche dal servizio d’ordine: ai nostri tempi sapevamo farlo».
Non trova schizofrenico l’ordine di non partecipare impartito a ministri e sottosegretari, mentre manifestano i leaders di partito?
«No, anzi. La trovo una cosa giusta, che rispetta la distinzione dei ruoli e mette al riparo le istituzioni da ogni provocazione o polemica. Ed è altrettanto giusto manifestare contro quella che, parafrasando un illustre semiologo come il senatore Calderoli, si può definire come una vera e propria porcata».
Dunque, non si rischia un ritorno agli anni Settanta?
«Frequento i giovani impegnati nel volontariato e nell’associazionismo, posso dire che la generazione dei ventenni di oggi, malgrado le accuse di qualunquismo o indifferenza, è motivata sul piano sociale quanto quella di trent’anni fa, con la differenza che ha molto più i piedi per terra e nel contempo coltiva una visione universale dei problemi. Non sono giovani rassegnati, ma ragionano con la testa e non con la P38».