Attenti alle scoperte che sembrano spot

Poveri scienziati, cosa tocca fare per conquistare un po' di potere culturale. Chiudersi come un tempo nei laboratori, in una sobria e severa vita di ricerca, inseguire e raggiungere obiettivi di conoscenza non basta più. Bisogna trasformarsi in ideologi, pubblicitari, agenti di sé stessi; bisogna metterci la faccia, accreditarsi presso l'opinione pubblica e offrirle fantastiche prospettive future, dipingendo scenari miracolosi. Tutto questo serve, prima di tutto, a ottenere finanziamenti pubblici e privati, eccitando i mass media. Quando Robert Lanza ritoccò i risultati di un suo esperimento, raccontando alla stampa di essere riuscito ad ottenere cellule staminali da un embrione senza distruggerlo, trovò nell'ambiente scientifico molti difensori. Pazienza se nello studio pubblicato si leggeva che l'embrione in realtà era stato «smantellato cellula per cellula»; come si possono ottenere fondi se, come dichiarò il professor Giulio Cossu, non si aggiunge «un po' di salsa» ai propri risultati.
Questo però non basta. È necessario anche far passare messaggi ideologici efficaci e semplificatori, che colpiscano l'opinione pubblica. Come, nel suo piccolo, fa il matematico Odifreddi, che ha battuto l'Italia festival dopo festival, per spiegare che «i cristiani sono cretini», postulando l'incompatibilità non solo tra scienza e fede, ma tra la scienza e una media intelligenza. Odifreddi è oggi candidato nelle liste per Veltroni del Partito democratico. A un livello molto più alto anche Craig Venter, lo scienziato del giorno, si presta ad un ruolo di ideologo quando esalta, illustrando le proprie ricerche, l'idea di onnipotenza umana, e compare sulle copertine delle riviste ammettendo che gioca a impersonare Dio.
Serve a poco che un ricercatore serio come Angelo Vescovi ridimensioni la portata dell'esperimento di Venter: «La sua è un'innovazione tecnologica importante, non una scoperta epocale». Tra l'altro, l'efficacia del metodo è ancora da verificare: lo scienziato americano ha ottenuto in laboratorio una sorta di sequenza abbreviata del Dna di un batterio, ma questo patrimonio genetico deve essere inserito in una cellula vivente per vedere se davvero funziona, se cioè ne assume il controllo avviandone i processi biochimici vitali. Ma anche dando per scontato che tutto vada bene, per adesso non si tratta di creare la vita, perché le sequenze del Dna sono riprodotte, e non inventate.
Perché non ci si limita a dire la verità e a usare il principio di precauzione anche nella comunicazione delle scoperte scientifiche, senza suscitare aspettative (e inquietudini) sproporzionate all'evento? La biologia sintetica potrà essere utilissima, probabilmente soprattutto per produrre energia alternativa a costi competitivi; la ricerca di Venter, infatti, è finanziata anche dal Dipartimento per l'energia degli Stati Uniti. Come tutte le scoperte scientifiche, naturalmente, ha dei limiti e comporta rischi. In questo caso si ripresentano, ingigantiti, tutti i dubbi di cui si è dibattuto per gli Ogm, i pericoli connessi all'interazione con l'ambiente da parte dei nuovi organismi e il controllo pieno delle ricadute impreviste e imprevedibili. L'enfasi mediatica e ideologica che viene posta su alcuni filoni di ricerca, quelli che permettono di coltivare utopie di felicità e onnipotenza umana, non è accompagnata da altrettanto splendore pubblicitario quando gli stessi filoni di ricerca falliscono o si rivelano impraticabili. La clonazione terapeutica, mitico obiettivo scientifico dello scorso decennio, si è impantanata ormai tra risultati deludenti o falsi (come quelli diffusi dal coreano Hwang Woo Suk, che riuscì a lungo a ingannare l'intera comunità scientifica internazionale). Il pubblico, però, non lo sa, e si aspetta che da un momento all'altro le promesse di cura per le malattie degenerative siano mantenute, e che si possano produrre organi di ricambio geneticamente compatibili con il singolo malato.
Le scoperte scientifiche suscitano un entusiasmo legittimo e condivisibile, ma potremmo limitarci a presentarle per quello che sono, senza alimentare illusioni, e senza utilizzarle per diffondere ideologie discutibili.
Eugenia Roccella