Attenti alle sirene del presidente Prodi

Siamo alla vigilia della molto strombazzata prima visita di Romano Prodi nella nostra città per l’inaugurazione del cosiddetto «tavolo per Milano». L’iniziativa è presentata a Roma come una prova dell’attenzione che il governo di centrosinistra ha per i problemi della capitale finanziaria del Paese, motore della sua economia, e dovrebbe servire da catalizzatore a tutte le istituzioni e le forze politiche, economiche e sociali capaci di contribuire allo sviluppo. Almeno sulla carta, le aspettative sono alte: chi si aspetta l’impegno a una legge speciale per la città, chi una spinta alle tante attese infrastrutture, chi una seria impostazione del discorso sulla città metropolitana.
Si dà tuttavia anche il caso che la Lombardia sia, da sempre, la principale roccaforte del centrodestra e che Milano, in particolare, sia l’unica grande città italiana ad avere resistito finora a tutti gli assalti elettorali dell’Unione. La riscossa della Casa delle libertà, quando ci sarà, non potrà che partire di qui, e proprio i politici lombardi potrebbero essere tra le sue punte di diamante.
È perciò legittimo chiedersi quale interesse possa avere in questo momento il governo Prodi, con tutti i problemi che si ritrova e le ristrettezze denunciate ogni giorno, ad investire su Milano risorse ed energie che dovrebbe per forza sottrarre ad altre Parti del Paese in maggiore sintonia politica con lui. Formigoni e la Moratti sono più che mai saldi in sella, per un paio d’anni non ci sono elezioni in programma e le strutture del centrosinistra, sia a Milano sia nel resto della Lombardia, appaiono comunque (con la possibile eccezione del presidente della provincia Penati) troppo fragili per approfittare di eventuali spinte romane.
Il centrodestra farà perciò bene a guardare alla visita del presidente del Consiglio e del suo numeroso seguito con una buona dose di diffidenza. Senza arrivare al classico «timeo dona ferentes» sarà bene che gli esponenti della Casa delle Libertà che si siederanno al tavolo abbiano ben presente tutto questo e cerchino di strappare al governo non tanto speciali quanto improbabili favoritismi o forme di collaborazione, quanto ciò che legittimamente loro spetta in materia di investimenti. Recenti studi hanno confermato che Milano e la Lombardia non hanno ricevuto né da Roma, né da Bruxelles, fondi infrastrutturali proporzionali al contributo che danno all’economia nazionale, cioè che sono - per dirla in parole povere - in credito. Il Tavolo su Milano può servire per esigerne la riscossione con maggior forza, senza tuttavia lasciarsi intrappolare da eventuali giochetti tesi a rafforzare la Provincia rispetto al Comune o a fare apparire ciò che non è.
Il governo Prodi si sta rivelando, in molti campi, più che un buon gestore delle (comunque scarsissime) risorse, un esperto giocatore delle Tre Carte, e non c’è ragione di credere che sbarcando a Milano cambi abitudini e connotati. Non dimentichiamo inoltre, che uno dei promotori dell’iniziativa è quel sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta che, giorni fa, ha cominciato a teorizzare di «allargamenti» della maggioranza in un senato altrimenti ingovernabile, cioè di attirare nel centrosinistra frange dell’opposizione.
La nostra impressione è che sia Milano, sia la Lombardia dovranno una volta di più camminare con le proprie gambe. Letizia Moratti ha dimostrato finora una ammirevole volontà a collaborare con la parte avversa ove ne vede la convenienza (per esempio nei progetti comuni con Torino), ma ha già avuto anche modo di constatare che si tratta di una strada piena di insidie. Non lasciamoci perciò incantare dal molto fumo che circonderà l’iniziativa, e cerchiamo di concentrarci sul poco arrosto.