«Attenti, il black out è dietro l’angolo»

Paolo Giovanelli

da Milano

Il rischio black out? Potrebbe ripresentarsi, forse già nell’inverno che sta cominciando. E nei prossimi anni l’Italia rischierà ancora di più: non è infatti vero che ci sono troppe centrali elettriche, perché dipendiamo dall’estero per il 15% dell’elettricità che consumiamo. Massimo Orlandi, amministratore delegato di Sorgenia (gruppo Cir), non ne vuol sapere di un paragone con i discorsi che si facevano per la «bolla» del gas, ma il parallelo viene spontaneo.
«È stata ricostituita una maggiore riserva di potenza installata grazie alle nuove centrali costruite - afferma - ma dipendiamo ancora per 7.500 megawatt dalle importazioni, che non è detto siano sempre disponibili. È una dipendenza che viene sottovalutata. Nei cinque mesi dell’inverno scorso ci aspettavamo un’importazione di 7.300 Mw, ne abbiamo ricevuti 3.200 in meno: di botto abbiamo avuto bisogno di quattro centrali in più perché i prezzi dell’energia in Italia e in centro Europa si erano avvicinati. E nel 2003 è bastato che Edf comunicasse che per un giorno non era in grado di fornire elettricità per 800 Mw per fermare a rotazione le città italiane: se non avessimo fatto i nuovi impianti saremmo stati in carenza anche l’anno passato».
Ma adesso sono stati fatti...
«La domanda sale del 2% all’anno con l’economia praticamente ferma. Se riparte, la richiesta aumenterà immediatamente per una produzione pari a due-tre nuove centrali ogni anno. Immaginiamo che si fermi una centrale nucleare in Centro Europa: già oggi son dolori. Noi abbiamo appena messo in piena funzione l’impianto di Termoli e sono iniziati i lavori per quello di Modugno, vicino a Bari. Il prossimo anno dovremmo poter partire con la costruzione di Lodi e Aprilia».
Abbia pazienza, ma allora si continua a costruire...
«C’è un rischio, e si chiama Kyoto. In base agli accordi, l’Italia ha diritto di emettere una certa quantità di CO2: per ogni centrale in più costruita in futuro bisogna “mettere da parte” una riserva di CO2. Se non si fa questo, tutti i nuovi impianti si dovranno comprare il diritto di emettere CO2: vuol dire aumentare il prezzo di 6-7 euro per Mwh. Chi si prende il rischio di investire con una tecnologia uguale a quella degli altri, ma con costi più alti? Così oggi rischiamo di rinunciare a fare centrali nuove. Io ci starei attento: l’elettricità non perdona, non c’è tempo di reagire come è stato fatto con il gas lo scorso anno».
Quali provvedimenti si possono prendere?
«Dobbiamo decidere quanta riserva di CO2 allocare e se assegnarla a nuovi impianti a carbone. Se è scarsa è meglio darla a chi fa poche emissioni. Sui 5 anni ci vorrebbe una riserva di 110 milioni di tonnellate di CO2 per i cicli combinati, gli impianti a carbone in costruzione da soli ne prendono 40 milioni per una potenza di 1.800 Mw. Con 40 milioni i cicli combinati possono fare circa 4mila Mw: le emissioni degli impianti a gas sono la metà del carbone pulito».
Ma alla fine, di quanta potenza disporrete?
«Quando avremo terminato i tre impianti di Termoli, Modugno e Lodi avremo circa 2.400 Mw nostri, più quelli di Tirreno Power per la nostra parte (1.200-1.400 Mw): in tutto 4.200 Mw. Se poi riusciremo a fare l’ultima centrale, arriveremo a circa 5mila megawatt».