"Attenti a Brown e Miller lo stadio sarà un inferno"

L’ex milanista: "Mi hanno massacrato quando abbiamo perso nel rugby, sono sicuri di vincere. Mi aspettavo la chiamata per Siena"

Milano - «Vuole sapere chi è McManus? È un tipo fatto così. Spogliatoi di Spartak Mosca-Celtic, preliminare di Champions league. Strachan dà la formazione e lui non c’è. Allora, nel silenzio generale, alza il braccio e dice, “scusi mister, io sono il capitano perché non gioco questa sera?”. Risposta del nostro allenatore: “Scusami. Eccoti la maglia”». Roba che se non te la racconta Massimo Donati, uno partito da Bergamo e poi passato da Milano, Torino e Messina, insomma il giro d’Italia prima di cadere innamorato della Scozia e di quelle maglie a strisce verdi e bianche del Celtic, non ci puoi credere.

È lui la spia venuta dall’Italia, è lui che gli highlander li conosce da vicino. Piallato il Milan due settimane fa, respinta l’Italia del rugby nel catino di St. Etienne, i pronipoti di Braveheart aspettano il 17 novembre per gonfiarci definitivamente come cornamuse. «Quando ci hanno battuto nel rubgy mi hanno massacrato. Io, per difendermi, ho detto che il rugby in Italia non conta nulla, però ho capito che se dovesse andarci male a novembre per me qui sarà un inferno».

Pensare alla Scozia come a un ostacolo insormontabile fa parte della imponderabilità del pallone, a Bari nello scorso marzo, sembravano undici ragazzotti in gita scolastica eppure da quelle parti la Nazionale non ci ha mai vinto. E in questo girone d’inferno nessuno è tornato vivo dal Hampden Park, il fortino di McLeish. «Perché la differenza la fa il tifo. Anche per noi del Celtic è così, quando abbiamo giocato a Donetsk siamo andati subito sotto, col Milan invece...». Orgoglio, coraggio: ma poi in campo sono sempre gli stessi. Palla avanti e testa bassa. Basta per battere la nazionale campione del mondo?: «Hanno vinto due volte con la Francia e non per caso. È vero, sono monotoni, ma occhio a non sottovalutare i singoli. Esempi? Il mio compagno Scott Brown. Lui è il futuro del calcio scozzese, forza fisica e tanta corsa. Assomiglia a Gerrard e farebbe benissimo anche in Italia. McManus ha un carisma pazzesco, non sta mai zitto. E poi Miller. Aveva problemi di contratto e allora il Celtic l’ha venduto, ma vede la porta come pochi».

La grande corsa è già cominciata. Glasgow è in pieno restyling, la sua nazionale anche. L’ipotesi di aver paura dell’Italia non è nemmeno contemplata. «Da queste parti la sudditanza psicologica non esiste. Non sanno nemmeno che cosa sia. Portano rispetto per l’Italia, ma non basta il nome per intimidirli. E nemmeno il modello del nostro calcio. Quando gli spiego che da noi si va in ritiro, si mangia tutti alla stessa ora, ci si alza da tavola tutti insieme mi guardano come se fossi un marziano, “deve essere brutto giocare nel tuo campionato” è la cosa più carina che mi dicono. Ma sono sicuro che se arrivasse un’offerta da qualche nostra squadra non si tirerebbero indietro».

Donati ci scherza sopra, ma sa che da oggi al 17 novembre essere italiano nella terra degli highlander avrà un sapore diverso. «McManus non ha dubbi: “Vinciamo noi” mi dice ogni volta che parliamo di quella partita. Ma sono sicuro che lo fa per prendermi in giro. Sono fatti così, loro. Il giorno successivo alla vittoria con la Francia è arrivato all’allenamento fischiettando e col sorriso sulle labbra, come fosse una cosa normale vincere a Parigi». Son giornate così per Donati, gli è toccato prendere le difese di Dida («per loro simulare è una vergogna, io ho difeso Dida, ho spiegato che quando un giocatore è in difficoltà le prova tutte per difendersi. E Dida era in difficoltà»), ora gli tocca pure un pronostico: «Per vincere a Glasgow l’Italia dovrà giocare da campione del mondo». E quindi? «Finirà pari». Ma scusi Donati, lei alla nazionale... «Appena arrivato al Celtic ho fatto tre gol in cinque partite, nell’azzurro ci speravo. Ho visto che a Siena Donadoni ha convocato molti esordienti, mi sarei accontentato di una chiamata simile, ma arrivare in nazionale dalla Scozia non è facile. Forse pensano che fare gol qui sia più facile che altrove. E non sempre è così. Magari Donadoni mi chiamasse per il 17, sarebbe il massimo...». Meglio chiedere prima a McManus.