Attenti, è cominciata l'era del faraone nero

Contraddizioni e smentite hanno già oscurato le promesse di novità e di rottura. E Obama, travolto dalla crisi, ha già abbracciato l'establishment finanziario

Fa sapere il portavoce Robert Gibbs che nel discorso di oggi Barack Obama parlerà della nuova era di responsabilità che deve finalmente cominciare, e che immediatamente dopo le cerimonie riunirà i consiglieri per studiare le misure urgenti contro la recessione. Ci vuole tutto il fascino del neo presidente e tutta l’illusione giustificata d’America per conciliare la nuova era di responsabilità con una festa di insediamento che costa centosessanta milioni di dollari, cioè, fatti i conti necessari e ricordando i trentatré milioni che costò in tutto l’arrivo di Bill Clinton, la più cara mai concepita, tra treni, balli, Tom Hanks, U2, Shakira e Beyoncè.

I soldi arrivano o direttamente dalle casse pubbliche, George W. Bush ha dichiarato lo stato di emergenza nel Distretto per poter usare i fondi della Fema, la Protezione civile, o da quelle degli Stati, o dai sostenitori privati di Obama, i più generosi dei quali si sono rivelati proprio i finanzieri in crisi di Wall Street. È già finita, insomma, l’epoca dei cittadini piccoli risparmiatori pronti a toccare i sudati risparmi per il presidente della speranza, e il fasto dell’insediamento del primo presidente nero, anzi di razza mista, potrebbe rivelarsi il primo errore.

L’era della responsabilità aspetta sicuramente tutti già da domani, e le chiacchiere, già rivelatesi come tali, sul presidente liberal, meglio sul presidente di sinistra, come si è sognato in Europa, le promesse della campagna elettorale di una rapida ripresa, non basteranno più. I disoccupati sono diventati 11 milioni, il 7,2%, divisi in tutti i settori dell’economia, dall’industria all’edilizia al commercio. Nessuno crede che Barack Obama riesca a investire denaro pubblico in nuovi programmi di riforma sociale se non potrà fare a meno di sostenere i settori produttivi in crisi. Pochi credono che riuscirà nell’intento dichiarato di diminuire le tasse a tutte le famiglie con un reddito annuo inferiore ai 250mila dollari, aumentando l’imposta sui redditi milionari e sui profitti da capitale, visto che deve finanziare i lavori pubblici se vuole creare nuovi posti di lavoro, e che i soldi al settore bancario e a quello industriale glieli dovrà dare per la stessa ragione. Non molti credono che disporrà delle risorse per sperimentare senza risparmio il ricorso all’energia rinnovabile in sostituzione del petrolio.

Tra recessione e spese, il deficit di bilancio salirà ben oltre il trilione di dollari quest’anno, per un totale presunto di quasi sette trilioni in tre anni. Quanto basta per erodere la fiducia in qualsiasi presidente, anche questo che è accompagnato da aspettative messianiche. L’era della responsabilità, finite le celebrazioni e gli stornelli di Hollywood, richiederà un rapporto preferenziale con i democratici moderati rispetto ai liberal e ai kennediani; richiederà una politica di apertura verso i repubblicani. Queste necessità rappresentano un’altra grande contraddizione rispetto alle promesse di novità e di rottura con il passato. Queste necessità hanno già consigliato il presidente a stringere un patto obtorto collo, e a formare un governo di democratici collaudati, insomma di clintoniani, liquidando con un frettoloso ringraziamento i fedelissimi della lunga campagna presidenziale.

Se riflettete sulla guerra fatta a Hillary Clinton durante la campagna per le primarie, e sulle promesse di portare a Washington un gruppo tutto nuovo, l’Amministrazione scelta sembra uno scherzo. Obama ha nominato a capo della Cia l’italoamericano Leon Panetta, chief of staff di Bill Clinton, un ammiraglio in pensione, il clintoniano Dennis Blair, direttore nazionale dell’intelligence. Hillary sarà segretario di Stato, il fedelissimo degli otto anni clintoniani alla Casa Bianca, Timothy Gartner, va al Tesoro, insieme a una conta quasi impossibile di gente della stessa scuola: il ministro dell’Interno Janet Napolitano, l’ambasciatrice all’Onu Susan Rice, il ministro all’Edilizia Shaun Donovan, la direttrice dell’agenzia per la Protezione dell’ambiente Lisa Jackson, il superconsigliere economico Larry Summers. Sia detto con buona pace dei numerosi commentatori della stampa italiana che all’indomani del voto avevano dato per liquidata l’era di Bill.

Alle abituali frasi retoriche che accompagnano ogni insediamento, si uniscono questa volta quelle rumorosissime della speranza di un cambiamento immediato, perfino della fine della recessione per merito di una bacchetta magica. Esposto com’è da oggi a un rischio altissimo, Barack Obama ha già scelto l’abbraccio dell’establishment politico e finanziario, esattamente come ha scelto una costosa scuola privata, e non populisticamente la scuola pubblica, per i suoi figli. Meglio ricordarlo.