Attenti al "fattore C"

Le chiamano gaffe. Sono, più propriamente, voci dal sen fuggite: ovvero verità. I candidati «impolitici» appena aprono bocca seminano il panico nei due principali partiti, Pdl e Pd. Ha cominciato Massimo Calearo, l’imprenditore schierato da Veltroni nel Nordest: elogio di San Clemente Mastella che ha fatto cadere il governo Prodi e auspicio che Visco, il signore delle tasse, non venga mai ripresentato. Ha proseguito Giuseppe Ciarrapico, new entry del Popolo della libertà: «Io non ho mai rinnegato il fascismo». Ha completato l’opera Matteo Colaninno, altro fiore all’occhiello confindustriale del Partito democratico: poderosa mazzata sul governo Prodi («Non ci sarei mai entrato: sembra un’arca di Noè»), con tocco disfattista finale: «Se il Pd può vincere? Certo, magari non questa volta».
Calearo, Ciarrapico, Colaninno: il «fattore C» mette scompiglio nella politica. E segnala problemi veri. Nel centrodestra il percorso verso il nuovo partito è ancora disseminato di ostacoli e tentazioni di ricadute nostalgiche, magari più d’immagine che di sostanza, che rischiano comunque di produrre danni. Nel centrosinistra, l’eredità di Prodi è un macigno, una realtà che Veltroni tenta continuamente di nascondere sotto il tappeto, ma da lì ostinatamente riemerge, essendo possibile solo per scafatissime facce di bronzo rotte a ogni tipo di avventura politica negare l’innegabile: negli ultimi due anni le tasse sono aumentate, la situazione del Paese è drammaticamente peggiorata e agli italiani prudono le mani nell’attesa di poter mandare a casa, con una croce sulla scheda, chi li ha cacciati nell’angolo.
Il candidato C parla, si lascia beatamente scappare queste semplici e impolitiche evidenze e poi assiste stupito alle rimostranze degli stessi che lo avevano corteggiato per imbarcarlo sul loro vascello. Parapiglia, cui segue di norma l’abiura o quantomeno una mezza retromarcia che consenta a tutti di uscirsene con un brandello di versione di comodo da esibire. Da «il re è nudo», a «il re è vestito un po’ troppo leggero», insomma. Risultato sconfortante, ma non quanto quello del suo corrispettivo, il politico politicante, che dice una cosa e intanto ne sta pensando un’altra e ne sta combinando altre tre.
Per esempio, Casini. Il leader centrista aveva fatto del simbolo del suo partito un baluardo insormontabile all’ingresso in una nuova formazione per poi buttare lo stesso simbolo tra i rifiuti pur di stringere un’altra alleanza elettorale. Ma aveva garantito che comunque lui restava alternativo alla sinistra e mai e poi mai avrebbe fatto patti col Pd. Bene, in Liguria questi patti sono già stati stretti, in Lombardia quasi e, per ammissione del sottosegretario Letta, esponente di spicco del Pd, dopo le elezioni la formula verrà probabilmente estesa a tutta Italia. Con l’eccezione della Sicilia, dove Casini corre invece fianco a fianco con il Partito della libertà: già, di «fattore C» in questa campagna elettorale ce n’è almeno un altro...