«Attenti alla mafia gialla: i flussi sono incontrollabili»

«La mafia cinese è un’emergenza importante», ma le triadi non controllano ancora i nostri territori, ha ammonito pochi mesi fa il responsabile degli 007 del Sismi Niccolò Pollari.
Il capo dei nostri agenti segreti descrive una cupola dell’estremo oriente con i suoi particolari rituali di affiliazione e che ha i suoi «capibastone» (chiamati «tong»); i suoi «picciotti» (i «quarantanove», numero sacro) e i consigliori, insomma quelle specie di «avvocati» dei vari padrini chiamati dalla malavita gialla «Il ventaglio di carta bianca». Ed esattamente come i veri boss della mafia di casa nostra anche gli omologhi cinesi evitano di tenere contatti con i propri uomini o far affari utilizzando i telefoni o peggio via internet. Preferiscono i messaggi sui foglietti che poi vengono distrutti e gli incontri di persona in località segrete. I clan di solito sono composti da poche decine di persone e si formano sulla base della zona in cui operano in Italia oltrechè suoi luoghi di provenienza degli affiliati E si tratta di una criminalità autoreferenziale, ovvero che colpisce soltanto i propri connazionale e mai gli italiani. Gioco d’azzardo, riciclaggio ed estorsioni i settori privilegiati del malaffare.
Il flusso migratorio di cinesi, in Italia, è altissimo. Gli ultimi dati della Caritas, relativi al 2004, indicano in almeno 100mila gli immigrati cinesi che risiedono, anche clandestinamente, nel nostro paese. «Ma - aggiunge Pollari - si tratta di numeri estremamente riduttivi rispetto alla realtà».
La via privilegiata di ingresso passa attraverso i Balcani mentre a prima, grazie ai buoni rapporti Slobodan Milosevic e Pechino, era la Serbia il collettore, per il trasferimento dei migranti. Oggi molti dei cinesi che arrivano in Italia passano per la Croazia e la Bosnia Erzegovina. Poi ci sono le vie del mare e una delle basi di transito è l’isola di Malta.