ATTENTI A QUEI DUE

Antonio Bovetti

Aldo Piccardo, genovese di nascita rapallese da sempre, conosciuto per il suo brillante operato nel campo della Neurologia e nella frequentazione universitaria, vanta amicizie scolastiche con il presidente dei Ds, Massimo D'Alema. Come tutte le amicizie maturate tra i banchi del liceo, lo ricorda con affetto e simpatia, comprese le schermaglie politiche e le divertenti marachelle.
Quando ha conosciuto Massimo D'Alema?
«Al Liceo Doria a Genova, siamo stati compagni di banco per quattro anni, è stata una bella amicizia maturata tra le pareti scolastiche, perciò molto solida anche nel tempo; ci siamo frequentati per tutto il periodo del ginnasio e del liceo».
Andavate d'accordo?
«Andavamo molto d'accordo! È stata un amicizia che ricordo con piacere! Avevamo due visioni diverse della politica, io sono sempre stato un uomo di destra e lui di sinistra, lui ci considerava sempre una parte politica avversa, ma aveva un grande rispetto, aveva quei suoi singolari modi di fare un po' sarcastici, ma non demonizzava, tutt'altro.! Quando si discuteva di politica, lui si distingueva per l'ironia che è sempre stata la sua caratteristica; aveva anche una certa disponibilità verso gli altri. Vi assicuro che non c'è mai stato uno screzio, mai nulla, pensate - racconta Piccardo - il 25 aprile, festa della Liberazione, facevamo sempre un tema sull'argomento, noi due facevamo la gara per il migliore e questo era l'impegno maggiore perché ci vedeva impegnati supposizioni diverse, pur supportata da reciproca amicizia.
Cosa avevate in comune ?
«In comune avevamo la passione per la politica, per la cultura, ci piacevano il latino e greco, studiavamo molto perché al Liceo Doria, scuola classica per eccellenza, era difficile sopravvivere».
Anche nello sport, giocando a pallone, andavate d'accordo ?
«Qualche volta litigavamo, ma succede tra ragazzi quando si gioca pallone. A volte, io preferivo fare l'arbitro. Una volta, non ricordo bene cosa fosse successo, forse ero troppo indulgente verso la squadra che giocava contro Massimo e davo falli a favore della mia squadra, lui protestò animatamente. Io nella rabbia della discussione gli ho tirato una pietra sulla testa!».
E D'Alema come ha reagito?
«E' stato zitto, non ha fatto una grinza, non è andato a lamentarsi da nessuno! Non era un ragazzino piagnucolone, ma come vi ho detto eravamo amiconi, non c'erano mai rancori. In educazione fisica Massimo non brillava eccessivamente, come nelle altre materie».
Eppure qualche anno fa D'Alema sosteneva di fare ancora 160 flessioni.
«Non mi stupisco affatto, visto il carattere che ha. Non ricordo le sue performance sportive, durante la scuola molte medaglie le ho vinte io, dalla corsa al lancio del peso. Poi, in Accademia militare, ho giocato a pallanuoto nello Spezia, vincendo i campionati nazionali nell'ambito militare».
Qualche marachella la facevate?
«Ricordo che al Ginnasio ero andato a scuola senza giacca e il professore di Filosofia, Sacco, mi fece allontanare dall'aula. Da quel giorno sempre camicia, giacca e cravatta, pensate come eravamo ordinati e le ragazze tutte con il grembiule nero, che bello!».
E Massimo D'Alema come si vestiva?
«Anche lui sempre inappuntabile, ma se non ricordo male ogni tanto alternava la camicia e cravatta con il maglione, ma la giacca era obbligatoria. Ho frequentato anche la sua casa e ho conosciuto i suoi genitori».
In quali occasioni ?
«Massimo mi invitava spesso a casa sua, in via Missolungi al numero 8, il portone prima dell'ospedale di Nervi; alla fine delle lezioni, io non rientravo a Rapallo, ero suo ospite a pranzo, poi studiavamo assieme tutto il pomeriggio e ci impegnavamo molto!».
Cosa diceva il padre, Giuseppe D'Alema, deputato del P.C.I., della vostra amicizia?
«Non riusciva a capire come suo figlio potesse frequentarmi! Quando mi vedeva a casa sua a studiare diceva: "Ma Massimo! mi porti a casa degli amici di destra! Ma ti sembra logico per uno come te?"».
A lei cosa diceva?
«Era perplesso e non capiva come un ragazzo giovane, studioso che frequentava il liceo classico potesse essere di destra! Non riusciva a farsene una ragione».
Lei è liberale dall'adolescenza?
«No, le dirò di più: io ero proprio di destra! Ero iscritto alla Giovane Italia. Ho fatto l'ufficiale di complemento nell'Accademia Navale di Livorno, ho degli ideali di destra, credo nella patria, ho una mentalità militare, come ufficiale ho fatto tutti i richiami e non ho il minimo rimpianto, mai avuto un dubbio sulle mie scelte politiche. Pensate che bella coppia io e Massimo nel banco assieme! Lui rosso e io nero - racconta, ridendoci su Piccardo - io sono un uomo di destra per motivi storici».
Quali?
«Devo fare alcune premesse; nel '37 furono inventati, in gran segreto, dei piccoli sommergibili detti "tascabili". Mio padre era sommergibilista e nel '41 questi minuscoli sommergibili furono imbarcati su vagoni ferroviari e trasportati a Vienna, seguiti da un gruppo di marinai, compreso mio padre. Immersi nel Danubio i "tascabili" navigarono lungo il mar Nero e operarono nell' assedio di Sebastopoli. Quando, nel '43, gli italiani in Romania sentirono alla radio che le ostilità erano finite, non sapendo cosa fare, ebbero l' idea, poi risultata vincente, di arrendersi ai rumeni, anche perché non essendo nemici li trattarono bene. Mio padre si è impiegato a Bucarest, ha conosciuto mia madre e nel '45 si sono sposati. Quando è arrivata l'invasione sovietica, il babbo è stato fatto prigioniero, la vita era diventata terrificante, erano momenti durissimi, non sapevano come poteva andare a finire. A Genova, mio padre risultava disperso in mare dal '42».
Come è andata a finire?
«Nel '46 sono scappati e sono venuti in Italia. Io sono nato a Rapallo, mentre nei paesi dell'Est calava la cortina di ferro. Per ben dieci anni non ci è stato possibile raggiungere la mia famiglia materna, perché la Romania è stata isolata dall'occidente. Metà della mia famiglia è rimasta all'Est. Alla fine degli anni '50, inizio anni 60, con permessi particolari, siamo riusciti a far visita ai miei nonni. Abbiamo raggiunto Bucarest passando per l'Ungheria e io, mi dovete credere - spiega Piccardo, perdendo l'innato senso dell'umor - ho un ricordo durissimo. Voi non potete capire cosa erano la Romania e la Bulgaria fine anni '50 sotto il regime comunista, c'era un clima che non saprei descrivere. Difficile rendere l'idea di quei tempi».
Si spieghi meglio.
«C'è poco da spiegare! Diciamo una chiara mancanza di ossigeno! Da quei ricordi mi si è creato dentro un'ostilità a quel sistema politico, è nata in me una forza che rifiutava quel regime, non lo potevo condividere, anche se, come tutti i ragazzi che facevano il classico, avevo una cultura aperta e una visione democratica della politica. Le mie ragioni erano reali, io avevo visto e toccato con mano cosa era il regime comunista, ero un adolescente, mi sono rimaste nella mente visioni di una vita atroce. Le mie idee non erano certo condivise da Massimo, che aveva un'altra visione. Lui viveva un' esperienza politica e culturale che respirava nella sua famiglia; non poteva immaginare e capire quello che io ho provato, compresa la lontananza dei parenti materni. La visione del mondo dell'Est mi ha fatto diventare un uomo di destra».
Quando le vostre strade si sono separate?
«C'era una legge che consentiva a chi aveva la media dell'otto in seconda liceo, di poter fare l'esame di maturità con gli allievi di terza. Io avevo sempre medie molto alte e perciò mi sono preparato, studiavo in compagnia di una ragazza di Camogli conosciuta sul treno, collega di scuola, che poi è diventata mia moglie, e ho superato brillantemente la maturità. Avevo nove di latino e greco. Forse anche dieci, non ricordo, ma sette di matematica e i professori mi hanno aiutato, facendo la media, perché la legge lo consentiva».
Come vi siete lasciati?
«Ho raccontato a Massimo che avevo superato l'esame di maturità e che mi iscrivevo alla facoltà di medicina. Lui sapeva della mia passione per la Neurologia, erano argomenti dibattuti tra ragazzi, come io sapevo che lui, voleva fare politica. Un anno dopo si è iscritto a Filosofia alla Normale di Pisa ed ha intrapreso la carriera politica. Ha fatto una grande carriera arrivando alla carica di Presidente del Consiglio! Non so cosa si possa chiedere di più!».
Quando vi siete rivisti?
«L' ho visto qui a Genova quando era alla guida del governo, alla conferenza programmatica per il G8, io ero tra il pubblico e l'ho chiamato: "Massimo, Massimo“. Lui mi ha riconosciuto subito e mi ha detto: “Stiamo andando al Doria, vieni con noi, andiamo a trovare un nostro vecchio professore". Così ci siamo ritrovati tra vecchi ex allievi: io, Domenico Fisichella di An, c'era anche Marina Como, giornalista Rai. È stato bello ritrovarci. C'è stato un dibattito, il direttore del Secolo XIX, Antonio De Rosa faceva il moderatore. Un nostro professore, Oreste, ha tirato fuori i temi di Massimo e i miei e i nostri compiti in classe».
Quando D'Alema ha saputo che si lei si è iscritto a Forza Italia, come ha commentato ?
«“Ma come! Aldo in Forza Italia! Non ci posso credere?": testuali parole. È rimasto sbigottito! Si ricordava che ero di destra, ma non pensava che mi sarei iscritto a Fi. Mi sembra di rivederlo - conclude ridendo Piccardo - quando muove la testa un po' perplesso e meravigliato. Pensate, ero capogruppo di Fi in Provincia con il 36% e vice sindaco a Rapallo.! Sempre amici, ma con coerenza, divisi dalla politica».