Attenti a questi aerei

Spese vitali,

cellulari e pubblicità
In Italia per la sanità si spendono annualmente circa 100 miliardi di euro; per la bolletta energetica, vale a dire le importazioni di prodotti petroliferi (gas e carbone) l’esborso è ancora più rilevante. Di fronte a simili chiari di luna, non è perciò un caso che gli effetti per i conti del Paese e per le tasche dei singoli cittadini siano costantemente all’attenzione delle autorità e dell’opinione pubblica e costituiscano motivo d’apprensione ad ogni stormir di fronda. Al contrario, v’è un consumo diffusissimo (battiamo il record in Europa) che sembra bruciarsi quasi in sordina: mi riferisco a quello collegato ai telefoni cellulari. Il relativo conto della spesa si attesta ben oltre i 10 miliardi d’euro e si presenta progressivamente crescente a prescindere dall’andamento congiunturale. Per di più, va rimarcato che dodici anni addietro i telefonini non esistevano per niente, né, prima, si sosteneva una spesa proporzionalmente paragonabile attraverso gli apparecchi domestici. Nel caso specifico, non resta, purtroppo, che una spiegazione ben determinata. Una volta le sirene se ne stavano acquattate solamente fra Scilla e Cariddi. La madre di tutte le moderne sirene si chiama, ovviamente, pubblicità. Non ha, però, mezzo corpo di pesce come le sparute progenitrici e, anzi, non sa neanche nuotare. Proviamo a farne tabula rasa, buttandola in mare.
Rocco Boccadamo - Lecce

Non sono d’accordo. Il pauperismo non ha mai salvato nessun Paese né ha aumentato il benessere di nessuno. Come insegnava il nostro grande professor Ricossa: altro che maledire il consumismo. Bisognerebbe fargli un monumento.
Come si finanzia

l’edilizia popolare
Leggo che il governo si appresta a varare un piano di costruzione di alloggi popolari. La strada prescelta sarebbe quella di reperire i capitali di investimento dalla vendita del patrimonio disponibile dello Stato e di conseguenza appaltare la costruzione degli immobili. L’idea è saggia perché esistono proprietà patrimoniali che sono inservibili anzi risultano essere un aggravio alle finanze pubbliche per la manutenzione ordinaria e straordinaria, custodia, pericolo per la pubblica sanità e incolumità. La proposta scelta dal governo non elimina questo problema: infatti realizzando le opere in regime di appalto lo Stato ne è proprietario di modo che è responsabile della manutenzione straordinaria che come importo potrà nel tempo superare addirittura quella ricavata dai fitti sociali. La mia segnalazione è quella di adire alle procedure della concessione di costruzione e gestione se non addirittura a quelle del leasing pubblico.
Oscar Pesiri e-mail

È un’ipotesi.
Fannulloni statali:

colpa dei dirigenti
Sono assistente amministrativo in una segreteria scolastica e mi occupo anche delle assenze. Ritengo giusta la stretta del ministro Brunetta ma purtroppo devo far rilevare, proprio grazie alla mia esperienza, che il marcio parte dai dirigenti che fanno finta di non vedere e non sentire, per cui sarà difficilissimo che cambi qualcosa. Inoltre le visite fiscali per tutta la fascia oraria della giornata non saranno effettuate per mancanza di medici addetti a tale servizio. Noi come scuola già chiedevamo la visita per un solo giorno ma i referti, nel gran numero di casi, arrivavano con la dicitura «visita non effettuata per mancanza di personale». Come pensa che potranno supplire con un aggravio di lavoro? Comunque, come sempre, «l’innocente paga per il peccatore». Chi è abituato a fare l’assenteista continuerà, troverà il modo, e i penalizzati saranno quelli che sono sempre al lavoro, caricati anche delle incombenze spettanti agli assenti. Per mia esperienza, ripeto, tutto dipende dai dirigenti che, per paura dei sindacati e delle minacce di mobbing (esperienza ripetuta nella mia istituzione scolastica) non intervengono, penalizzando così chi lavora.
Gabriella Serafini e-mail

Con il mobbing, per altro, si è davvero esagerato. Ormai basta un rimprovero per far scattare la minaccia...
«L’Isola dei famosi»:

una réclame olimpica
Ci sono misteri televisivi che appaiono semplici coincidenze e che, se analizzati, nascondono comportamenti che paiono studiati a tavolino. Si potrebbe pensare a una semplice alternanza tra i canali: gli Europei di calcio sono andati a Rai Uno e le Olimpiadi sono state monopolio del secondo canale. Mi rendo conto solo ora di quante volte nel corso degli speciali olimpici in diretta da Pechino siano stati fatti espliciti riferimenti all’Isola dei famosi che prenderà il via poco dopo la conclusione dei giochi, casualmente sulla stessa rete. A sentire le discussioni degli inviati in Cina e l’insistenza con la quale si è parlato di quel reality, pare proprio che quella sia una tappa obbligata per tutti coloro che ai Giochi hanno fatto parlare di sé. Il programma condotto dalla Ventura nelle ultime edizioni ha fatto acqua da tutte le parti; l’audience crolla. Queste continue citazioni potrebbero essere un traino per risollevare le sorti della conduttrice e del suo programma.

Va be’, ma anche fosse: che male c’è? Quel programma non mi piace, ma mi lasci fare gli auguri a Simona Ventura.
Il libro di Veltroni

piace agli scienziati?
Leggo sul Giornale un trafiletto «Lo spillo» dove si stigmatizza l’incultura umanistica degli scienziati con riferimento allo stupefacente gradimento del libro di Veltroni da parte di Douglas Hofstadter. Anch’io sono rimasto basito dalla notizia. Ma come può essergli capitato in mano? Però siccome conosco Hofstadter per averlo letto e lo reputo uno scienziato tra i più colti e intelligenti mi chiedo con curiosità cosa possa averci trovato. Mai avrei pensato di essere stuzzicato da un libro di Veltroni. In Italia si giudicano aridi e settoriali gli scienziati e chi si dedica a settori tecnici. La mia personale esperienza di lettore è che è vero il contrario, basta riferirsi alla profondità di pensiero universale di tantissimi noti scienziati di tutti i secoli, a partire da Galileo.
Alberto Tonni e-mail

E infatti me lo immagino Galileo davanti a Veltroni: eppur si muove, avrebbe mormorato. Ma con meno certezza.
Integrarsi in Italia:

missione impossibile
Non mi si consideri il solito sinistroide che rema contro se mi trovo d’accordo con il lettore che lamenta la difficoltà dell’integrazione in Italia. So bene che è una chimera, non per colpa dell’Italia, ma per coloro che arrivano privi della benché minima idea di cosa sia l’integrazione e della volontà anche solo di provarci. Ma d’altro canto, non si può parlare di integrazione solo facendo le badanti o le donne delle pulizie. Questo, in effetti, è tutto ciò che noi offriamo, al momento, a coloro che qui sono venuti (meglio venute) per lavorare. Se la moglie di quel signore, malgrado tutti i corsi e le specializzazioni si trova davanti il muro di certe norme che le impediscono di migliorare la propria posizione, si consoli. Mia moglie, ucraina, laureata in chimica e psicologia, ha dovuto frequentare le scuole serali per ottenere la quinta elementare.
Nino e-mail

Non sono così convinto che integrarsi in Italia sia impossibile. Ma certo non è facile. Come non è facile per gli italiani integrarsi all’estero. Chi ha voglia di lavorare e di impegnarsi però ce la fa.