Attenti, gli speculatori sono dietro l’angolo

Nella savana l’animale debole sa che la regola d’oro è nascondere nel branco la propria debolezza. Non appena la malattia diventerà visibile, ecco che i predatori avranno ben chiaro l’obiettivo da colpire. La riapertura dei mercati finanziari, lunedì prossimo, sarà per l’Italia l’equivalente dell’alba nella savana, con la speranza che la scalciata della manovra economica sia stata sufficiente ad allontanare le iene della speculazione. Tralasciando i soliti sciacalli, che parlando di savana non mancano mai, chi invece si stupisce sinceramente della velocità con cui siamo passati da una percezione di relativa sicurezza all’emergenza assoluta, non ha capito che il problema non è italiano, bensì europeo e che il governo ha semplicemente scelto, sinora, la tattica dell’animale debole, ostentando sicurezza, sperando che i predatori se ne andassero. Per questo motivo niente si diceva sull’emergenza possibile, dato che il solo parlarne avrebbe attirato l’attenzione sulla nostra fragilità. Ovvio, invece, che poi, una volta ricevuto il primo morso, cadano tutte le tattiche e ci si debba cominciare a difendere con le unghie e con i denti, ed è quanto è stato fatto in Parlamento. Da lunedì i mercati ci diranno se abbiamo guadagnato sufficiente tempo per respirare. Finora abbiamo assistito a ondate successive sempre rintuzzate con perdite, ed è quindi possibile che, anche questa volta, le forze che premono per disgregare l'Eurozona si ritirino per recuperare energia. Se anche ciò dovesse accadere e le Borse continuassero il percorso di normalizzazione, sarebbe da illusi pensare che i problemi siano finiti. È ormai passata un’eternità da quando è emersa la crisi greca. Da allora i «capibranco» europei, con in testa Angela Merkel, non hanno fatto nulla per risolvere alla radice un problema che appariva fin banale nella sua terribile semplicità: senza la possibilità di monetizzare il debito (leggi: ripagarlo stampando moneta) ogni Stato europeo diventa un debitore con un’ottima valuta ma potenzialmente poco affidabile e, tra il rischio di vedere svalutato il proprio prestito e quello di non vederselo restituito, ai mercati fa più paura la seconda ipotesi perché ingenera il panico. Se il Giappone, che pure ha un debito molto superiore a quello dell’Italia, fosse stato un Paese europeo, sarebbe fallito il giorno dopo il terremoto, perché la paura del default avrebbe creato il caos. Invece non è successo nulla, grazie alla liquidità immessa dalla Bank of Japan. In Europa non è così: abbiamo abdicato al diritto di battere moneta e difenderci da soli confidando nel riparo del «branco» europeo. Per un po’ è andata bene, ma appena si è visto che di fronte alle (colpevoli) difficoltà di un membro del gruppo gli altri cominciavano a tossicchiare e a girarsi dall’altra parte, le forze dell’avidità e della paura, i due poli che muovono i mercati, hanno puntato i loro occhi sull’Eurozona e alla fine anche su di noi. Forse è troppo sperare che l’Europa si decida subito a porre la propria garanzia totale sui debiti degli Stati membri ma, finché non lo farà, le iene della speculazione si allontaneranno solo per un po’, azzannando uno a uno tutti gli Stati, senza risparmiare nessuno.