Attento, parli come il Manifesto

Non ha torto Filippo Facci quando evidenzia il tratto fantozziano di certe iniziative di questi nuovi brigatisti finiti nella rete della Procura di Milano. Tuttavia sarebbe un errore sottovalutare un pericolo che c’è, eccome se c’è.
Anche i primi brigatisti sembravano - anzi, erano - dilettanti allo sbaraglio. Basti ricordare che, quando nacquero, pensarono bene di dare notizia della loro costituzione formale su un giornale che si chiamava «Sinistra proletaria», scrivendo paro paro che avrebbero fatto la rivoluzione armata. Era il 20 ottobre del 1970. Fatto ancor più grottesco, il 25 aprile del 1971 le Br si dotarono di un loro giornale regolarmente registrato, la «Nuova Resistenza». Quanto al battesimo di fuoco, fu - il 17 settembre 1970 - l’incendio dell’Alfetta di Giuseppe Leoni, capo del personale della Sit-Siemens di Milano. Niente di che, insomma.
E ancora: chi ironizza sulla scarsa efficienza dei nuovi brigatisti non dovrebbe dimenticare quale fine toccò a Giangiacomo Feltrinelli, considerato dalle Br il loro progenitore. Feltrinelli saltò per aria sotto un traliccio dell’alta tensione di Segrate dove stava piazzando una bomba maldestramente confezionata. La sinistra ci montò sopra una campagna delle sue: disse che non era stato un incidente ma un’esecuzione da parte della polizia. Fu lo stesso Renato Curcio, nel 1979, a mettere la parola fine a quelle calunnie con un comunicato, letto durante un processo, in cui si diceva che «Osvaldo» (nome di battaglia di Feltrinelli) era morto a causa di un timer di bassa affidabilità: «Non è una vittima ma un compagno caduto combattendo».
Questi furono dunque i primi brigatisti: fanatici un po’ imbranati, più simili a un Paperoga che a un Che Guevara. Eppure, sappiamo bene che cosa poi diventarono.
Ecco perché dobbiamo stare attenti oggi a non ripetere l’errore di allora, che fu quello di una colpevole sottovalutazione. Ieri Francesco Caruso - che sarà quel che sarà, ma siede in Parlamento - ha detto: «Questa Seconda Posizione mi fa un po’ ridere. Nel senso che gli unici fatti concreti sono una targa rubata e un fantoccio bruciato». Parole che ricordano quelle scritte da Giorgio Bocca in un formidabile articolo apparso sul Giorno il 23 febbraio del 1975 e intitolato «L’eterna favola delle Brigate Rosse». «A me queste Brigate Rosse - scriveva Bocca - fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti... una favola vecchia, sgangherata, puerile». Bocca diceva di non credere a una virgola di ciò che raccontavano polizia, carabinieri e magistratura quando davano notizia degli arresti e della scoperta dei covi. Troppo ridicoli questi «presunti tupamaros italiani», diceva Bocca, per esistere davvero. E non era l’unico a scrivere così: per anni la stragrande maggioranza dei quotidiani italiani negò l’esistenza del terrorismo di estrema sinistra, chiamando «sedicenti» le Brigate Rosse. Il nostro Giornale nacque proprio perché qualcuno si volle smarcare da quel coro di gigantesca disinformazione.
Si dirà che i tempi sono cambiati, e che oggi le condizioni per una rinascita in grande stile del terrorismo di quella matrice non ci sono più. In buona parte è vero. Ma è vero anche che un «brodo di coltura» c’è pure oggi. Non ci sono più le grandi masse illuse dal comunismo, ma in alcune frange dei nuovi movimenti non è difficile né reclutare epigoni delle vecchie Br, né tantomeno trovare per questi epigoni le necessarie coperture. Ne siano prova certe scritte e certi volantini di solidarietà con gli arrestati spuntati ieri da più parti.
Non snobbiamo, quindi, quel che la Procura di Milano ci ha messo sotto gli occhi. Lo fanno già in tanti. Lo fa Marco Ferrando, fondatore del Partito comunista dei lavoratori, che ha parlato di «operazione ingiustificata». Lo fa Daniele Farina, il leader del centro sociale Leoncavallo e deputato di Rifondazione, il quale ha ricordato che «operazioni analoghe si sono smontate strada facendo». Lo fa Valentino Parlato, che ieri sul manifesto ha scritto di «non credere affatto» a un ritorno delle Brigate Rosse, e ha definito «una farsa» quel che è stato scoperto.
Così dicono da quelle parti: che non dobbiamo preoccuparci. E se lo dicono loro, noi un po’ ci preoccupiamo.