IN ATTESA DEL NOBEL

N o, l’americano Philip Roth non ha ancora vinto il Nobel, sempre annunciato e mai assegnato. Per ora si consola con il Man Booker International Prize, assegnato ogni due anni a un autore di lingua inglese (o tradotto in inglese) per l’insieme delle sue opere. La notizia è arrivata ieri da Sydney, dove è in corso il Festival degli scrittori australiani. Queste le motivazioni, lette da Rick Gekoski, presidente della giuria: «Da oltre 50 anni, i libri di Philip Roth hanno stimolato, provocato e divertito un enorme pubblico, che continua ad ampliarsi. La sua capacità immaginativa non ha solo rifondato la nostra idea dell’identità ebraica ma anche ravvivato la narrativa, e non solo quella americana».
Non c’è premio senza polemiche. E in questo caso ve ne sono state due. Tra i candidati, era previsto il bestsellerista John Le Carré, autore di spy stories, il quale ha chiesto di essere depennato dalla lista a causa della sua antipatia per i riconoscimenti. Ieri, invece, l’unica giurata donna (su tre) si è dissociata dal verdetto: «Ogni libro è la stessa storia. Per me Roth non è neanche uno scrittore. È come se ti stesse seduto sulla faccia e non ti lasciasse respirare». Carmel Callil, fondatrice della casa editrice femminista Virago, ha vergato un articolo colmo di astio per Roth pubblicato dal Guardian: «Ho detto fin dall’inizio che non l’avrei voluto nella rosa dei finalisti. Tra 20 anni chi lo leggerà ancora?». I protagonisti di molti romanzi di Roth mostrano appetiti sessuali incontenibili, dal Lamento di Portnoy alla saga di Nathan Zuckerman. Forse questo aspetto avrà trubato Carmel Callil. Anche se lo scrittore in realtà è sempre attento a mettere in luce l’aspetto comico, grottesco o, negli ultimi libri, tragico di tale «insaziabilità».
Le donne, con risvolti imprevedibili, sono anche al centro di «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno». Ovvero, guardando Kafka in uscita a giugno per Einaudi, editore storico di Roth. Il titolo è una citazione dall’Artista del digiuno, uno dei pochi racconti che Kafka volle pubblicare. Il libro, di circa 40 pagine, nasce da una conferenza universitaria del 1972 ed è ancora inedito in Italia. Il punto di partenza è una foto di Kafka. Cosa sarebbe accaduto se, invece di morire nel 1924, fosse sopravvissuto e avesse dovuto affrontare il nazismo, magari la deportazione ad Auschwitz oppure la fuga negli Stati Uniti dove avrebbe potuto incontrare...
Ma andiamo per gradi. La prima parte è un denso saggio sul rapporto di Kafka con le donne, in particolare Milena Jesenska e Dora Diamant. A Roth interessa soprattutto capire dove Kafka abbia trovato infine il coraggio di abbandonare Praga, nel 1923, e di passare gli ultimi undici mesi di vita con Dora a Berlino, dopo una vita di rinuncia e di fuga davanti alle donne. Fu l’amore? La consapevolezza della fine imminente? O invece la possibilità di giocare, con la giovane Dora, un ruolo paterno, dopo un’esistenza in cui il padre aveva avuto per lui un ruolo castrante?
La seconda parte, narrativa, presenta un Franz Kafka fuggito dall’Europa a Newark, negli Usa, e professore di ebraico di un bambino di nove anni, un certo... Philip Roth. È il 1942. Kafka vive solo in una stanzetta in affitto, e la famiglia Roth vorrebbe dargli una mano, vista l’ammirazione di Philip per il maestro. E inoltre ci sarebbe la zia Rhoda, ancora zitella, che starebbe proprio bene accanto a quel praghese così affascinante. La famiglia Roth si mette in moto per combinare il matrimonio.
Un’opera minore ma non troppo, visto il ruolo determinante che la figura paterna assume in molti romanzi di Roth, e valga per tutti citare il capolavoro Patrimonio, dove il figlio, finalmente, si riconcilia col padre malato lasciandosi alle spalle ogni incomprensione.