Un attimo prima della cattura boss «cieco» fugge dalle fogne

Trentola DucentaSoltanto una porta di acciaio divideva i carabinieri dal sanguinario, Giuseppe Setola, il boss dei casalesi, ricercato per la strage di Castelvolturno (sei africani massacrati dai proiettili dei kalashnikov) e un'altra ventina di omicidi. Mentre quella porta veniva giù, il capo dell'ala stragista della cosca, con un guardaspalle, per un soffio è riuscito a fuggire. Una botola si è aperta nel pavimento e, Setola e il suo complice, sono stati ingoiati dal sottosuolo. Con il cuore in gola hanno corso come dei forsennati per oltre un chilometro, attraverso la rete fognaria. Poi, con un bastone, hanno aperto un'altra botola e, dopo essersi assicurati che non passassero auto, sono sbucati dalla strada, pistole in pugno, sotto gli occhi allibiti e terrorizzati di automobilisti e passanti. I due camorristi, con le calibro 9 ben salde nella mano, hanno rubato una vecchia Alfa 145 a una donna.
Erano le 8 di ieri, a Trentola Ducenta, nell'Aversano, uno dei tanti centri finiti sotto il dominio della cosca casalese capeggiata da Francesco Schiavone detto «Sandokan», ma all'interno della quale convivono una dozzina di gruppi. La scena della plateale e disperata fuga di Setola e del suo guardaspalle è durata meno di un minuto ma, in via Nunziale Sant'Antonio, dove il boss è riemerso dalle viscere del sottosuolo, è stato il terrore. Automobilisti, passanti, clienti e dipendenti del caseificio «La normanna», hanno pensato inizialmente che si trattasse di un volgare rapinatore di auto, non del boss che guida l'ala stragista dei casalesi. Inutili i posti di blocco dei carabinieri del Gruppo territoriale di Aversa e del comando provinciale di Caserta. Protetto da una fitta ragnatela di complicità, Setola ha trovato un altro rifugio.
In via Nuova Cottolengo, luogo di partenza della fuga di Setola, invece, è rimasta la moglie del boss, Stefania Martinelli. I carabinieri l'hanno arrestata perché deteneva una pistola calibro 9 e un piccolo tesoro: dodicimila euro. Poi, gli investigatori hanno rovistato nel rifugio: un edificio a un piano, squallido, male arredato, privo di ogni comfort, addirittura precario da un punto di vista igienico-sanitario. Sul comò in compensato, un libro di Giovanni Paolo II: «Alzatevi, andiamo». All'interno una lunga dedica: «Con l'augurio che tu possa...», con un firma illeggibile. Poi, due lattine vuote di coca cola, un bottiglia di profumo Cartier per donna, una boccetta di Ansionil. In capo al letto matrimoniale un bel crocefisso, sotto la rete d'acciaio, la botola, una scaletta con 4 pioli per dare modo al superkiller di infilarsi nelle fogne. Nell'armadio una decina di camice, un cappotto spigato, giacche e pantaloni. Nella attigua cucina un altro letto matrimoniale, un tinello ben fornito di viveri, il cartone di una torta con pochi avanzi e, dietro un separé, un bagno.
All'esterno dell'edificio, uno scheletro di edificio con un'altra botola per la fuga del boss, circondato da un muro di cinta in pietre di tufo. In uno spiazzo, alcuni quintali di spazzatura raccolti nei sacchetti. Il boss e la moglie vivevano da reclusi: per non destare sospetti, «conservavano» i rifiuti.
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