ATTO DI RESA AL TERRORISMO

La questione della presenza italiana in Irak sta tutta nel confronto tra la continuità con le decisioni assunte dal governo Berlusconi per un graduale disimpegno e il cedimento alla tesi del ritiro immediato propugnata dal leader comunista Oliviero Diliberto. Per il momento il premier Prodi e i ministri degli Esteri D'Alema e della Difesa Parisi hanno rinviato la decisione al Consiglio dei ministri della prossima settimana dove il barbudo ministro castrista Bianchi, insieme ai compagni rifondazionisti e verdi, vorranno imporre il disonorevole «tutti a casa» al fine di interrompere qualsiasi contiguità con la politica estera berlusconiana.
Già, perché il governo di centrodestra ha programmato il progressivo rientro della nostra missione di pace, in accordo con gli alleati legittimati dall'Onu e con il governo ufficiale di Bagdad. Il programma prevede di ridurre gli attuali 2800 uomini a meno di 2000 a giugno, quindi a 1500 in agosto per arrivare sotto quota 1000 per fine anno. I demagoghi vogliono invece un ritiro clamoroso e immediato da esibire sulle piazze, poco importa se può significare uno schiaffo per le nostre forze armate. Dando voce alla dignità nazionale alcuni ambienti dei vertici della Difesa e della Farnesina hanno fatto opportunamente notare che «il ritiro è associato alla sconfitta, all'insuccesso, e noi italiani in Irak abbiamo compiuto la nostra missione senza tirarci indietro, perdendo uomini, lavorando e soffrendo in silenzio».
L'immagine dell'Italia e le responsabilità internazionali esigono perciò che gli impegni siano mantenuti. Specialmente nei confronti delle autorità irachene espresse dal voto popolare le quali ci chiedono di rimanere per addestrare le forze locali di polizia e svolgere altre funzioni di servizio per la popolazione. È una pura astrazione ritenere che vi possano essere missioni civili senza una adeguata protezione, resa più che mai indispensabile dopo i sequestri e gli assassinii dei nostri concittadini per cui sono dovuti intervenire le strutture militari e di intelligence.
È scellerato ignorare che in Irak si sta svolgendo il più drammatico scontro dell'era contemporanea tra le forze della civiltà, poco importa se mediorientali o occidentali, islamiche o cristiane, e le forze globali del terrorismo che perseguono il disegno nichilista di asservire le popolazioni musulmane al fondamentalismo religioso. Fuggire come vogliono Diliberto e compagni significa darla vinta ai terroristi. Lo sanno molto bene il cow boy conservatore americano George W. Bush e il coraggioso leader britannico della sinistra liberale Tony Blair che ancora ieri, nonostante i rispettivi interessi elettorali consigliassero cose diverse, hanno deciso di continuare ad onorare sul campo «il compito ancora immenso della coalizione», dopo avere riconosciuto gli errori e i passi falsi compiuti.
Il passo che il governo di centrosinistra compirà sull'Irak avrà un valore simbolico. Servirà l'interesse e l'onore nazionale rispettando una linea che in politica estera dovrebbe cercare di essere sempre bipartisan in continuità con le decisioni del governo di centrodestra. Oppure cederà, nella sostanza o nella forma, ai desiderata dei cosiddetti antagonisti-massimalisti finendo col gettare ancora una volta il discredito sul nostro Paese. Una terza soluzione non c'è: sarebbe solo un pasticcio.
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