ATTRAZIONE FATALE PER L’AUTOGOL

I lettori oggi troveranno un Giornale un po’ particolare. Il titolo più importante della prima pagina non è dedicato alla politica e neppure alla cronaca. Evitate le notizie estere e economiche, abbiamo preferito «aprire» con un sondaggio sulla fede degli italiani. Fino a che punto sono cattolici? Quanto sanno della religione che dicono di professare? I risultati, come vedrete, sono sorprendenti.
L’idea di interrogare un po’ di gente con domande da catechismo mi è venuta qualche tempo fa, leggendo di un analogo test realizzato in Germania, da cui risultò che i tedeschi, pur essendo considerati cristiani, del cristianesimo sanno poco o nulla. Non m’addentro nelle ragioni per cui anche in Italia, Paese cattolico, la maggioranza degli italiani non conosca questioni fondamentali della propria fede: qui a fianco fanno meglio di me Michele Brambilla e Paolo Del Debbio. Mi limito a osservare che mentre i vescovi lanciano un forte richiamo ai cattolici affinché rispettino i principi cristiani, i fedeli quegli stessi principi sembrano un po’ averli scordati. Naturalmente le conclusioni non mi competono. Il nostro è un quotidiano laico che sta molto attento alle cose di Chiesa, ma certo poi non ci si può lamentare se i richiami al cristianesimo non vengono inseriti nella Costituzione europea e nemmeno ci si può dolere di certa arrendevolezza di fronte a chi riafferma con forza il proprio credo di musulmano.
Ma, come vi ho detto, di questi argomenti scrivono di lato con maggior competenza due editorialisti che ben conoscete. Quanto a me permettetemi di parlare d’altro, d’una passione che non ha nulla a che fare con quella di Cristo, ma – e passatemi l’accostamento blasfemo – con quella terrena della politica, e in particolare con quello che accade dentro la Casa delle libertà. Non voglio raccontarvi dei soliti dispetti tra Pier Ferdinando Casini e Silvio Berlusconi. Ho già dato, e anche solo a sfiorare l’argomento mi viene la nausea. No, ciò di cui vorrei occuparmi riguarda le elezioni amministrative del 22 maggio. Dentro la Cdl, ma sarebbe più corretto dire dentro Forza Italia, gira la sensazione che il voto di primavera segnerà la prima batosta vera per il governo. Seppur parziali e dedicate a solo una trentina di città, le amministrative sarebbero il primo vero invito per l’esecutivo a far le valigie. Se così fosse, naturalmente ne sarei felice. Ma si dà il caso che io giri spesso, per conferenze e dibattiti, e l’aria che annuso non è affatto di sonora sconfitta per Romano e suoi prodi. E non già perché il governo sia benvoluto, ma semplicemente perché le forze messe in campo per conquistare le poltrone di primo cittadino non appaiono in grado di sbaragliare i candidati della sinistra. Su 28 capoluoghi che si presentano al voto, 16 amministrazioni comunali sono di centrodestra e 12 di centrosinistra. L’ipotesi più euforica fatta dagli strateghi di Forza Italia lascia intendere che la Cdl ne possa conquistare 22, strappandone 6 alla sinistra, ma il buon senso fa dire che se va bene sarà un pari e patta, con qualche cambio di casacca. Il centrodestra potrebbe perdere Lucca, L’Aquila, Belluno e Taranto, per riconquistare Verona, Monza, Gorizia e Asti.
Non vorrei sembrarvi un uccello del malaugurio, ma visto il ritardo con cui si risolvono le beghe fra candidati a Verona e notato il tiepido appoggio che alcuni componenti della coalizione mostrano nei confronti di candidati come Marco Mariani a Monza, non vorrei che il 27 di maggio la Cdl dovesse leccarsi le ferite. Già nel 2002, complici gli sgambetti fra i partiti della Casa delle libertà, Verona, Monza, Asti e Cuneo – città tradizionalmente moderate – furono regalate alla sinistra. Se si vuole fare un analogo dono, serve poco: basta proseguire sulla strada fin qui percorsa. E alla fine, vedrete, invece di festeggiare la spallata al governo, ci troveremo a curare la slogatura dell’opposizione.