Attrazioni morbose, droga e crudeltà: i romanzi segreti di Louisa May Alcott

Per tutti lei, con quel suo viso tondo e dolce, è la mamma di Piccole donne e di Piccoli uomini. La scrittrice morale e moralizzante che trasformò in pedagogia libraria ad uso di giovinette e giovinetti le teorie progressiste e moralistiche del padre, il filosofo trascendentalista Amos Bronson Alcott. Eppure esiste una Louisa May Alcott (1832-1888) tutta diversa, molto meno intenzionata, sono parole sue, a «sfornare letteratura amena come pappa morale per i giovani». Per accorgersene basta sfogliare Un moderno mefistofele (pagg. 240, euro 14), libro che, già dal titolo, odora di zolfo e che per la prima volta è disponibile in Italia grazie all’editore Robin. Il breve romanzo è infatti un capolavoro gotico: niente ha da invidiare a Edgar Allan Poe o alla vena più cupa di Wilde.
Ecco in soldoni la trama che, partendo dagli spunti di Goethe, imbastisce un clima violento e morboso. Un giovane e bellissimo poeta, Felix Canaris, che brama furiosamente il successo è sul punto di uccidersi: tutte le sue poesie vengono rifiutate dagli editori. All’improvviso però nella sua vita compare Jasper Helwyze misterioso e potente mentore (quasi un Lele Mora in salsa ottocentesca) che gli promette gloria e successo in cambio di devozione e obbedienza. Il giovane accetta e, in breve, inizia la sua ascesa. Viene però trascinato nel gorgo di putridi sentimenti che circonda la vita di Helwyze. C’è Olivia, la donna che un tempo Helwyze amava ma che l’ha irrimediabilmente tradito; c’è la giovane e candida Gladys che Helwyze vorrebbe far sposare a Felix e contemporaneamente traviare; c’è lo strano rapporto che lega sempre più gli stessi Jasper e Felix... Un gorgo di passioni dove tutto finirà male: tra droga, mesmerismi, giochi di potere, morti di infanti, sadismo e perdizione (l’unico riscatto posticcio spetterà a Felix).
Insomma, una riflessione profonda, amara e molto contemporanea, sul tema del successo a tutti i costi e sui lati più oscuri e incontrollabili dell’animo umano. La dimostrazione che la signorina Alcott sapeva sul mondo molto più di quanto fosse ammissibile per una donna per bene della seconda metà dell’Ottocento. Assieme ad altri romanzi pubblicati con sotterfugio come Dietro la maschera (portato in italia sempre da Robin circa un anno fa), è la prova provata che la giovane scrittrice fu costretta dal padre e dai suoi potenti amici, come Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau, a darsi una regolata (volevano il voto per le donne, ma le volevano comunque morali e vergineamente lontane dalla sfera dei sensi).
Ma questo libro dimenticato, e uscito anonimo solo dopo il successo di Piccole donne (nel 1866 era stato rifiutato dagli editori in quanto «troppo sensazionale», il modo garbato di allora per dire osceno), ci fornisce anche una chiave nuova per decifrare la vita della scrittrice di cui per certi versi sappiamo poco. Perché la trama, nella sua torbidezza, nel suo raccontare proprio la lotta per emergere nel mondo della letteratura, nel mostrare una partita a scacchi per il dominio tra cervelli raffinati, sembra raffigurare, cupamente, proprio l’ambiente dei grandi intellettuali in cui la Alcott ha precocemente mosso i suoi passi e dove si era vista tarpare le ali, in modo che diventasse un usignolo disposto a cantare solo gradevoli melodie. Quanto di autobiografico c’è in quest’incubo, dove ciò che più mette a disagio è proprio il clima di terrore psicologico che i vecchi esercitano sui giovani? Forse non lo sapremo mai. Però qualche dettaglio è interessante e rivelatore. La piccola Gladys è vittima dell’hashish. La Alcott dovette immolarsi come crocerossina, al solito figlia di cotanto padre, durante la Guerra di Secessione. Contrasse in quell’occasione un’intossicazione da mercurio che le causò allucinazioni ed emicranie per tutta la vita. Un inferno psichedelico che la spinse a dire: «ho provato qualsiasi tipo di rimedio per averne sollievo».