Audizione al Senato del ministro dei Trasporti dopo un incontro con Prodi: «Ancora non c’è niente di fatto. I nuovi vertici entro l’estate» Bianchi spara a zero su Alitalia e Ferrovie

«Governo e Parlamento devono decidere cosa fare della compagnia». Dirigenza «non adeguata al compito»

Paolo Stefanato

da Milano

La lettura dei giornali, ieri mattina, ha spinto il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, a telefonare a Romano Prodi e a raggiungerlo, poco dopo, a Palazzo Chigi. Sui ricambi al vertice dell’Alitalia e, in particolare, delle Ferrovie ogni accelerazione - hanno convenuto - è fuori luogo. Gli esperti dei ministeri sono ancora al lavoro; per ora Palazzo Chigi dispone di una sintesi delle audizioni dei due amministratori delegati, a ore - tra domani e venerdì, più probabilmente venerdì - arriverà il vero rapporto critico, che sarà esaminato dai ministri del Tesoro, dei Trasporti e delle Infrastrutture, unitamente alla presidenza del Consiglio. Solo a quel punto saranno avviate le decisioni. Poi - ha insistito Bianchi con Prodi - è necessario delineare un quadro completo, senza lasciare caselle scoperte. In altre parole, per esempio, se alla guida delle Ferrovie sarà nominato Mauro Moretti - che sembra il candidato naturale - dovrà essere contestualmente individuato il suo successore a Rfi; e se questi lascerà un’altra società di rilievo, anche per questa andrà cercato un nome.
Sempre in mattinata, dopo l’incontro con Prodi, egli ha parlato al Senato, nel corso di un’audizione già in calendario. Dando su Ferrovie e Alitalia giudizi pesanti. Innanzitutto «nulla è stato ancora deciso», ha detto, smentendo le notizie che si erano diffuse. Le scelte saranno fatte «credo entro l’estate, e comunque i tempi non potranno essere lunghi». Del vertice di Alitalia ha detto: «Non è un problema di persone, ma di tipo di persone», riferendosi a professionalità non adeguate a gestire una compagnia aerea. Palese la sfiducia nei confronti di Giancarlo Cimoli. Quanto alle Ferrovie, sottolineando che la situazione è «analoga» a quella dell’Alitalia, cioè «grave», il ministro ha ricordato che «abbiamo dovuto ripianare 1,8 miliardi che comparivano in bilancio come perdita». Ma se comunque «le Ferrovie rappresentano un grande patrimonio per il Paese per il lavoro di riammodernamento, non è così per Alitalia che negli anni ha subito una progressiva perdita di peso»: un’evoluzione negativa avvenuta «in modo casuale», dice Bianchi, senza «una scelta». Sull’Alitalia ha aggiunto: «Oggi governo e Parlamento devono decidere che cosa farne», aggiungendo che bisogna puntare «a una posizione da compagnia di bandiera» (espressione che rende l’idea, ma che dopo la liberalizzazione del mercato aereo e la caduta dei monopoli è del tutto impropria).
Quanto all’Alitalia, l’affanno operativo è continuato nei giorni scorsi ma con motivazioni diverse: se le 75 cancellazioni a cavallo tra giugno e luglio furono attribuite ufficialmente ad assenze per malattia, le (meno numerose) cancellazioni successive sono sempre state attribuite a «motivi tecnici». Sembra un po’ improbabile che prima (in coincidenza con la semifinale dei mondiali) fosse solo un problema di personale, e che poi (la mattina dopo la finale) fosse soltanto un problema di aerei.
Di tutto ciò fa ovviamente le spese Cimoli (che, stando ai maligni, nei giorni scorsi avrebbe chiesto un incontro a Palazzo Chigi, senza ottenerlo). Potrebbe essere interpretato come un ulteriore segnale dello sfaldamento del vertice la prossima uscita di Rosa Maria Gulotta, uno dei manager di maggior fiducia del presidente (che si trasferisce al gruppo De Agostini).
Resta comunque prevalente l’opinione secondo cui Cimoli porterà a scadenza il suo mandato (maggio 2007), anche per il costo (5,6 milioni) che comporterebbe la sua uscita anticipata. All’idea di affiancargli un direttore generale sembra essersi nel frattempo sostituita quella, più forte, di scindere le sue cariche, lasciando a lui la presidenza e affiancandogli un amministratore delegato. Ma due interpellati per questo incarico - secondo fonti informate - e cioè Vito Gamberale e Maurizio Basile (Adr) avrebbero detto no alla «coabitazione».