Audrey e Marilyn, stelle in bianco e nero

Il documentario di montaggio «David 50» mercoledì aprirà ufficialmente la Mostra prima di «Dalia nera»

Michele Anselmi

Si vede Marilyn Monroe, da Nuova York, seduta tra Ruggero Orlando e Anna Magnani, che sospira languida in italiano: «Grazie, sono commossa». Una tenerezza. Si vede Alberto Sordi, dal Teatro Greco di Taormina, che intona «una lirica» in rima: «David di Donatello / sei bello / sei qui solo per me / come un fratello». Che faccia tosta. Si vede Ingrid Bergman, già divorata da un tumore, che trova la forza di sorridere al presidente Pertini nel ricevere il secondo David per Sinfonia d'autunno: «Sono fiera di questi due miei gemelli», sussurra. Che classe. Si vede Roberto Benigni, in tempi più recenti, che scherza così con Mollica del Tg1: «Fare la festa del cinema in tv è come fare la festa degli animali in un mattatoio». Si vedono Liz Taylor e Richard Burton, ancora belli, magri e innamorati, che giocano sui rispettivi nomi fingendosi smemorati: lei consegna la statuetta a... Marlon Brando; lui a... Sofia Loren. Si vede una spiritosa e filiforme Audrey Hepburn che si definisce sul palco «il grissino di Donatello». Si vede - e stavolta c’è poco da ridere - un trombonesco Raf Vallone che in diretta tv si lamenta dell’ex-aequo concesso a Federico Fellini e Nanni Loy per E la nave va e Mi manda Picone, quasi fosse una bestialità artistica, e lo stupefatto Loy prova lo stesso ad applaudire nonostante l’insulto.
Si vede tutto questo, e altro ancora, nei sedici minuti di David 50, il documentario di montaggio firmato da Antonello Sarno che aprirà ufficialmente la Mostra mercoledì prossimo, in Sala Grande, prima di Dalia nera di Brian De Palma. Un felice ritorno per il giornalista di Studio aperto, che al Lido portò sia Venezia 60 sia un ricordo dello scomparso Lello Bersani. Nel centenario della nascita di Mario Soldati, Luchino Visconti e Roberto Rossellini, ai quali la Biennale rende omaggio, l’agile collage costruito mischiando materiale di repertorio in bianco e nero e colori si propone come un affettuoso contrappunto, crepuscolare, all’insegna di un’insinuante nostalgia (non è un segreto che Sarno viva nel mito di quella strepitosa, forse irripetibile, stagione cinematografica, consumatasi tra gli anni Cinquanta e Sessanta).
Naturalmente, trattandosi di David di Donatello, il più accreditato a parlarne è Gian Luigi Rondi, che di quel premio fu inventore nel 1957, insieme a Italo Gemini e alcuni collaboratori. Nel filmato lo si vede anche uscire dal mare di Taormina, atletico e in costume: quasi un divo. Oggi, ultraottantenne e sempre in campo come critico del Tempo dopo aver diretto la Biennale e la Mostra, così rievoca i «suoi» David davanti al piccolo schermo: «Colori, sapori, momenti magici, ma anche struggenti, per quella passerella di amiche e amici che a poco a poco, in cinquant’anni, sono usciti di scena. Con il conforto, però, che ci sono già in prima fila quelli che ne hanno raccolto il testimone».
In effetti, nel vedere David 50 sul ritmo tambureggiante di Samoa Tamuré di Trovajoli, è difficile non provare a tratti un brivido di commozione: da Gassman a Manfredi, dalla Valli alla Vitti, quasi tutti se ne sono andati, e si rimpiange la loro capacità di improvvisare durante quelle torrenziali premiazioni, regalando allo spettatore un sorriso malizioso, una battuta impertinente, un calembour inatteso (oggi alle premiazioni è tutto un formale «Grazie, buonasera», e c’è pure, tra gli italiani, chi pronuncia David all’inglese: «Devid»).