Auguri Aznavour. "Invecchio bene perché vado a letto presto"

Il grande cantante francese festeggia gli 83 anni con un nuovo album. "Ho smesso la vita pericolosa, bevo senza ubriacarmi, mangio poco e fumo meno ancora"

Parigi - Auguri Aznavour, non è da tutti festeggiare 83 anni oggi con un nuovo album, Colore ma vie. «E ho già scritto le canzoni per il prossimo. L'ho sempre detto che voglio essere il più vecchio del mio cimitero... Non mi voglio fermare ».

Però sta facendo la tournée dell'addio.
«No, è la tournée degli addii: non ho mai detto quanti saranno. E poi oggi la realtà mi dà più ispirazione di una volta: vediamo tutti quello che sta succedendo in giro».

Allora non è più «il cantante dell'amore».
«Mai stato. In questo cd parlo di temi come il rispetto dell'ambiente in J'abdiquerai o il caos delle banlieue parigine in Moi, je vis en banlieue».

In Francia è iniziata l'epoca di Sarkozy.
«Sono stato molto vicino a Chirac, anzi siamo amici. Ma lui non mi ha mai chiesto di fare dichiarazioni a suo favore perché sa che non sono il tipo. Ora c'è Sarkozy e sento che è il presidente giusto».

Aznavour sente. E qui negli uffici delle Editions Raoul Breton, tra le locandine di Edith Piaf o Charles Trenet, appese ai muri che profumano di chanson, lui fila dritto come un fuso alla sua scrivania: «Ho smesso la vita pericolosa a 40 anni e adesso bevo ma non mi ubriaco, mangio poco e fumo di meno ancora e alla sera vado a letto presto. Per invecchiare bisogna capire di non essere immortali, altrimenti si muore subito». Oh là là. Quando si siede, affossa il mento nel colletto della camicia a righe gialle e blu e poi sgrana gli occhi armeni, neri come la pece, e vividi come quando nel '33 iniziò da ballerino di seconda fila. È l'ultimo dei grandi cantanti, perché gli altri, da Sinatra a Brel, se ne sono andati e le loro epoche pure, dimenticate. «Mi accorgo di avere più pubblico ora che vent'anni fa», spiega lui, allargando un sorriso dolce e luminoso. Nel '98 un sondaggio del Timelo votò come miglior artista del secolo, meglio di Charlie Chaplin, Elvis o John Lennon. Di sicuro è stato il più riservato: da 44 anni va a letto presto con la stessa moglie (che però è la terza) e non ha mai occupato i giornali con dichiarazioni bomba o cotillon vari perché «il vero artista è quello che riempie i teatri con il suo buon nome, non con la sua fama. Quella può sparire».

Però essere votati più di Charlie Chaplin è una soddisfazione. «Immeritata. Chaplin era un genio, io sono un artigiano che scrive canzoni. Anzi che si occupa di piccole storie. Adesso sto scrivendo brevi novelle, che sono poi canzoni senza musica. Forse era inevitabile, dopo aver letto così tanto».

Leggere per lei era una sorta di rivincita: figlio di immigrati armeni poverissimi, è nato in un ospedale per indigenti. A casa erano in cinque in una stanza di venti metri quadrati.
«I primi consigli di lettura meli diede quasi sessant'anni fa Jean Cocteau: una lista di venticinque titoli, che andai subito a comprare. Ancora oggi, quando vado in libreria, mi piace comprare “un metro di libri”: quelli più grossi li tengo per i lunghi viaggi, quelli sottili per le serate a casa».

Meglio Flaubert o Stendhal?
«Meglio Honoré de Balzac, che è più vicino alla realtà, anche se dopo un po’ si esaurisce ed è prevedibile. Agli italiani mi sono avvicinato per la prima volta leggendo Kaputt di Curzio Malaparte. Che grande testo! Ora ho una libreria sterminata, leggo in quattro lingue diverse e questo aiuta ad allungare i metri di libri».

Però continuano a chiamarla il Sinatra francese.
«Conoscevo Frank ma le uniche cose che avevamo in comune erano i mestieri: tutti e due siamo cantanti e attori. Però io le canzoni me le scrivo».
Il suo film migliore?
«Ne ho girati più di sessanta. Ma Tirate sul pianista è il più bello. E pensare che, quando François Truffaut mi chiese di diventare il protagonista, ci pensai un po': lui non era molto conosciuto, allora, e io ero pieno di impegni».

Ha visto La vie en rose, il film su Edith Piaf che fu la madrina del suo successo?
«No, qui in Francia è un trionfo, ma alla sera ho sempre meno voglia di andare al cinema. Di Edith so tutto o quasi, ho vissuto di fianco a lei per molto tempo. Però preferisco parlarne poco: spesso rivelando le cose si rischia di distruggere un mito. Diciamo che con lei sono sopravvissuto solo perché sono rimasto fuori dal suo letto».

Michael Bublé potrebbe essere il nuovo Aznavour?
«No, è molto difficile avvicinarsi allo spirito francese. Tra tutti quelli che ho conosciuto, chi ci riusciva meglio, anche se non l'avresti mai detto, era Ray Charles: di lui ero veramente amico ».

È difficile sopravvivere ai propri amici?
«I ricordi in comune aiutano molto. E i rimpianti sono quella scintilla che adesso fa ancora sorridere. Ad esempio, nella mia vita io avrei voluto cantare un'opera almeno una volta: e con Mario Del Monaco avevamo quasi preparato la Carmen di Bizet ma poi non si è fatto nulla. Ecco, questo è un rimpianto, come quello con Rossellini. Mi voleva come Pulcinella, ma non ha trovato i fondi necessari a realizzare il film».

Chissà quanti altri segreti nei suoi ricordi.
«Ma uno lo tirerò fuori tra poco. Un giorno di tanti anni fa ho registrato un brano, mi sembra si intitolasse La gioventù, con Rostropovic: solo noi due, lui al violoncello e io alla voce. Ecco, questa è una canzone che voglio lasciare a chi mi vuole bene ».