Auguri «regali» per il corazziere centenario

Paolo Bertuccio

C'è da scommetterci: di quel secolo di vita che ha compiuto lo scorso 31 luglio, i quindici giorni che Achille Campi da Montessoro, comune di Isola del Cantone, non dimenticherà mai sono quelli passati in una nicchia scavata in una parete dell'ingrato monte Amba Alagi, in Etiopia. Quindici giorni infernali, sotto il tiro costante dell'esercito inglese, con l'acqua da centellinare e senza via d'uscita. Quindici giorni in compagnia di uno dei migliori soldati, per umanità, coraggio e buonsenso, che l'esercito italiano abbia avuto l'onore di annoverare tra le proprie fila. Amedeo, terzo duca d'Aosta e vicerè di Etiopia, e il suo fedele attendente Achille Campi, in una buca con lo spazio appena sufficiente per loro due e le rispettive brandine, a resistere insieme a duemila uomini, nella prima metà di maggio del 1941, fino alla resa con l'onore delle armi concessa dagli ufficiali britannici. È il momento più intenso e drammatico dei dieci anni durante i quali il destino ha affiancato le storie di questi due uomini: il duca, orgoglio del ramo Aosta di casa Savoia, e il fedele soldato ai suoi diretti ordini, uniti nella lotta per sopravvivere. È la storia di Achille, ragazzo del millenovecentosei con un grande senso del dovere e dello Stato.
Fin da subito è la statura molto al di sopra della media: con il suo metro e novanta, al distretto militare Achille non lascia dubbi, ed è l'unica recluta genovese ad essere destinata alla Legione Allievi Carabinieri a cavallo. Dopo quaranta giorni viene trasferito alla caserma dei Corazzieri. Cominciano così tre anni indimenticabili, in cui scorterà il Re Vittorio Emanuele III al Quirinale e in numerose visite per tutto il territorio nazionale. Tra i servizi, anche il piantone d'anticamera allo studio dove il Sovrano riceveva le autorità. La signorilità di Vittorio Emanuele, della regina Elena e del principe Umberto, rimangono impresse nella memoria di quest'uomo passato dai campi di grano e di erba medica del proprio paesino adagiato sui monti dell'Appennino Ligure al Quirinale. E in quel paesino, Achille è diventato una specie di eroe degno di rispetto e ammirazione: quando torna in licenza tutti escono di casa per vedere «o corassé».
Nel 1929 il congedo, ma la vita militare gli è entrata dentro, ormai. Non passano due anni che Achille viene scelto per prestare servizio personale per Emanuele Filiberto di Savoia, duca d'Aosta. Il cugino del Re muore pochi mesi dopo, ma il figlio Amedeo decide di trattenere a Torino tutto il personale che era al servizio del padre. È così che per Achille Campi avviene l'incontro con un uomo di cui saprà guadagnarsi il rispetto e l'ammirazione, fino all’Etiopia. Fino alla morte di Amedeo, che lo volle accanto a sé, durante l’agonia provocata dalla malaria. Il viceré viene ricoverato all'ospedale militare, poi in una clinica. Ad assisterlo, i suoi fedelissimi: il medico Borra e gli attendenti Gallini e Campi, il nostro Achille. Lui sta al suo capezzale di giorno: gli rade la barba, gli legge qualcosa, parla con lui. Il 2 marzo arriva il confessore e i due soldati si alzano per lasciare la stanza. «Restate qui - ordina il duca -. Quello che ho da dire a Dio potete sentirlo anche voi». Amedeo d'Aosta muore la notte successiva.
Nel marzo 1946, Achille e alcuni commilitoni tornano a casa, sbarcano a Napoli, sporchi e pieni di pidocchi. La duchessa madre Elena d'Orléans, chiede di vederli e manda un autista a prelevarli. Alle loro scuse imbarazzate per le condizioni igieniche non molto decorose, la nobildonna risponde: «Vi accoglierei anche se aveste la rogna», ringraziandoli per quanto avevano fatto per il figlio. Ora Achille di anni ne ha cento, e li festeggia anche con gli auguri di Margherita e Cristina, le figlie del duca d'Aosta che non hanno dimenticato questo militare devoto, come d'altronde lui ha sempre portato nel cuore il ricordo di quel duca che era, prima di tutto, un uomo.