Auguri, Vecio

Enzo Bearzot oggi compie 80 anni. "Ogni giorno che passa perdo un anno di memoria, adesso sono al 1972". Sfiducia nel calcio: "Dopo quanto è successo non vado più allo stadio. Se hai dubbi l'amore muore"

Quanta bella gente in quel ’27. La Juliette Greco, per gradire, Poitier e la Lollobrigida, Peter Falk e Ken Russell, Giovanni Arpino prima di molti altri, e poi nel football, uh, Dionisio Arce e Armano, Jupp Derwall e Puskas, Muccinelli e Ladislao Kubala e questo friulano che oggi va a celebrare gli ottant’anni: Enzo Bearzot. La quercia si è fatta albero d’ulivo, attorcigliato dalla sofferenza e dal tempo a volte cattivo. Eccolo ancora e sempre con la storia sua e nostra assieme, una fetta grande così di esistenza. Lo ritrovo uguale nella voglia di dire e di riflettere, diario antico e fresco. Gli sta di fianco chi di lui, tra mille smemorati, non ha mai smarrito il ricordo e l’affetto, Gigi Garanzini che ha scritto un libro racconto «Il romanzo del Vecio», una carezza sincera per Enzo, e Gianni Mura, amico e romanziere, compagno di merende come lo furono Giovanni Arpino e Gianni Brera, Mario Soldati e Beppe Viola in quel mundial dell’Ottantadue, monumenti al cui confronto le statuine bercianti di oggi dovrebbero zittire. Non c’è più la pipa tra lui e il mondo, un sigarino clandestino e oggi la torta meneghina per fare festa con la Luisa: «La mia allenatrice, la mia badante, mi ha fatto risparmiare sulle spese», poi don Luigi, parroco della chiesa Paradiso e una famiglia della stessa parrocchia. Basta.

Quando studiava ai salesiani di Gorizia aveva il terrore della morte e del peccato: «Paura di perdere l’amore di mio padre, di mia madre, dei parenti. Eppoi la morte. Con gli anni cresce il dubbio di quello che ti insegnavano, sarà vero? Ma il dubbio è virtù, la fede mi ha rinforzato, con la fede mi sono difeso». L’albero di ulivo incomincia a stendere i rami e a muovere le foglie. Enzo Bearzot porta il distintivo tricolore della federcalcio all’occhiello della giacca, omaggio a chi lo ha trascurato e dimenticato: «Le cose belle sono un’arietta che ogni tanto ti accarezza; le ferite, quelle morali, lasciano il segno, sono difficili da dimenticare».

Sta quasi seduto in disparte anche se la saletta ha soltanto tre inquilini. Continua così la sua esistenza a luci basse, non apparendo ma comunque essendo. Non partecipa a show televisivi dai quali fugge, ha dato consigli a Lippi, ha rifiutato dollari arabi ma rivela anche un inedito: «Tra il Settantotto e l’Ottantadue l’Arsenal mi offrì la panchina, avevamo fatto fuori la nazionale inglese dal mondiale e allora mi volevano a tutti i costi. Rifiutai, oggi lo posso dire». Lunedì lo hanno festeggiato i suoi ragazzi mondiali alla Gazzetta dello Sport: «Mi sono commosso, siamo un po’ invecchiati ma tutti mi sono sembrati appassionati al vecchio nonno che non conta più. Qualcuno avrebbe ancora voglia di fare ma le società li evitano. Poi c’è Claudio Gentile al quale furono fatte delle promesse dalla federazione, gli avrebbero detto la verità. Ma così non è stato, non gli hanno nemmeno lasciato il tempo di scegliere, il ragazzo è un tipo duro ma non meritava di essere trattato in modo così sleale e per di più da un ex calciatore». L’ex è Demetrio Albertini. Si parla del presente, dei casi azzurri, Totti e Nesta: «Un calciatore può essere un fenomeno per la sua squadra ma lo deve essere anche per la nazionale che rappresenta il più grande traguardo nella carriera di un professionista. Ma se ti riduci a essere un fenomeno soltanto nella tua città allora sei un campione limitato, Roma ha raggiunto grandi traguardi anche prima di Totti con calciatori che sono stati grandissimi in nazionale». Qui vuole dire Bruno Conti ma su Totti non c’è un’accusa, anzi un elogio: «È un grande, sa fare la punta ma al tempo stesso l’ultimo passaggio per andare in gol è suo». Totti e altri due da trasferire in quell’Italia dell’Ottantadue: «Buffon mi piace perché non scarica mai sui compagni le colpe e gli errori, anzi li sprona come sapeva fare Dino Zoff. Poi Pirlo che ha genio, senso del gol e del gioco. Quando persi Capello lui sarebbe stato l’alternativa ideale: strano che l’Inter non l’abbia capito». L’Inter. Sta nel cuore: «Il primo amore non si scorda mai anche se il Torino è dentro la mia vita. L’Inter dunque, si crea i problemi anche quando non ce li ha mentre il Milan ha gli stessi problemi ma li affronta e li risolve. Mi piace Kakà, lo preferisco a Ibrahimovic». Gli piace anche Ranieri: «L’uomo giusto per la nuova Juventus, è serio, non fa polemiche, lavora».

Ma qui ci sono ottant’anni da raccontare: «Papà non voleva che facessi il calciatore, meglio la farmacia o il lavoro in banca. Ma sulla piazza di Gradisca la voce di Carosio riempiva il cuore con la radiocronaca della finale mondiale. Era il Trentotto, avevo undici anni, ci fu una ciucca collettiva, Colaussi, Ginut, aveva segnato due gol, c’era anche un altro di Gradisca in quell’Italia, Castellani, controlla un po’. Presi una sbornia anche io, la gioia del popolo mi contagiò, il calcio sarebbe stato il mio futuro. Quattrocentoventidue presenze, vere, novanta minuti totali in campo, non mezze partite o qualche spicciolo come oggi». Oggi, il calcio gli sta lontano: «Dopo quello che è accaduto non credi nemmeno al risultato e sei hai un dubbio l’amore si spegne, così non vado più allo stadio». Lo stadio non è mai stata casa sua, lo spogliatoio sì, con maestri illustri: «Rocco era bravissimo fuori dal campo poi in partita noi vecchietti gli davamo una mano ad aggiustare le cose. Per essere allenatore della nazionale devi nascere, crescere e vivere dentro la federazione, partire dalle giovanili e studiare il futuro. L’allenatore di club non ha questo nel proprio patrimonio». Riferire a Donadoni. Il futuro, piace a un uomodi ottant’anni: «Vorrei abolire quella pubbilcità che dice life is now. No, la vita è il passato, la vita è il futuro. Troppo comodo il presente. Anzi, molti del presente andrebbero buttati via».

Una telefonata e gli occhi brillano la voce trema, sono gli auguri di Michel Platini: «Hai dovuto sopportare anche me. Ricordi? Ti ho avuto nella selezione Resto del mondo, eri in vacanza, accettasti malvolentieri, ma ti feci prendere un bel premio e mi ringraziasti». Chiude, aggiunge, demolisce: «Michel è stato il più bel piede destro che abbia mai visto, ora ha messo a beneficio del calcio internazionale la sua intelligenza. In Italia non abbiamo avuto la stessa filosofia e lungimiranza. Però dipende anche dai nomi che proponi, se è Franchi siamo d’accordo ma se è l’uomo di Bari allora capisci i fatti che sono accaduti. Matarrese? Criticò i nostri al mondiale, voleva prenderli a calci nel sedere. Quando si presentò nello spogliatoio, dopo la vittoria sul Brasile, si prese lui le zoccolate di Tardelli e degli altri, tutti uniti. Mai un dirigente deve dire certe cose alla squadra, mai».

Chiede scusa per il tono, Enzo Bearzot campione del mondo, di anni ottanta, chiede scusa, proprio così. Strizza gli occhi, sta sfogliando un altro ricordo: «Ormai ogni giorno di più perdo un anno di memoria, adesso sono al Settantadue, poi arriveranno gli altri del calendario. Spero di tornare a raccontare, ricordando quello che ho detto oggi. Sarà dura, sono in contatto con Lui, mi ha detto di non allargarmi troppo. Vorrei che parlando di me, un giorno, qualcuno possa dire: è stata una persona per bene». È facile dirlo, è stato facile esserlo, ringraziando la sbornia di Gradisca. L’albero di ulivo richiude i suoi rami.

Scrisse di lui Mario Soldati: «Lo trovo molto più alto di quello che credevo e mi dico che la sua altezza cambia tutto. Rifletto: se Bearzot mi era sempre parso meno alto del reale questo significa semplicemente che non è altezzoso. Mi è parso un onesto, serio, severo funzionario di stile mitteleuropeo, come è naturale al suo sangue friulano e alla sua educazione austroungarica». Parole di ieri. Di domani, di sempre. Intanto oggi è festa. Mandi Vecio.