"Auguro ai Pm di avere più elementi che a Cogne"

Paola Savio: "In vicende come queste, basate solo su indizi, non bisogna trascurare nessuna pista. Perché pensare solo al delitto passionale?"

Torino - Niente arma, nessun movente, nessuna prova schiacciante sulla scena del delitto. Ma indizi, soltanto indizi. Quelli a carico di Alberto Stasi, l’unico indagato per l’omicidio di Garlasco. Lui, l’ex fidanzato della vittima, continua però a professarsi innocente. Accusa contro difesa, magistrati contro avvocati, avvocati contro periti. Confusione, dubbi, interrogativi. E allora il parallelo con l’altro grande giallo degli ultimi anni viene da sé: «Sembra un’altra Cogne». La storia si ripete?

Allora come adesso, a comandare sulla scena del crimine sono solo gli indizi. Indizi che cono costati cari ad Annamaria Franzoni, condannata dalla Corte d’assise d’appello di Torino a 16 anni di reclusione per l’omicidio del figlio Samuele. Contro di lei solo macchie di sangue sul pavimento della camera da letto in cui dormiva il bambino e altre tracce organiche sulla casacca e sui pantaloni del pigiama.

Nient’altro, nessun testimone oculare e nessun indizio che si trasforma in prova. L’arma che uccise il bambino non fu mai ritrovata, il movente resta ancora oggi un mistero. Eppure, tanto è bastato ai giudici per pronunciare una severa sentenza di condanna nei confronti dell’unica indiziata per quel delitto.

I dubbi, tuttavia, restano. Come racconta l’avvocato di Annamaria Franzoni, Paola Savio. «Quando si ha a che fare solo con semplici indizi - spiega il legale torinese -, diventa fondamentale muoversi bene nelle primissime ore dopo il delitto. In casi come quelli di Cogne e Garlasco, la fase iniziale delle indagini è quanto mai delicata e riveste un’importanza cruciale. Occorre non trascurare nulla, ma rivolgere l’attenzione verso tutti gli elementi presenti sulla scena del delitto. E non bisogna neppure tralasciare quelle che a prima vista potrebbero presentarsi come piste investigative di minore importanza: chi l’ha detto, tanto per fare un esempio, che dietro un delitto del genere non si nasconda una rapina? Perché pensare che debba per forza esserci un movente passionale, perché ritenere che delitti del genere debbano sempre trovare una spiegazione tra le mura domestiche?».

È solo un esempio, naturalmente. «Non mi permetterei mai - precisa infatti Paola Savio - di esprimere giudizi personali su una vicenda della quale non conosco le carte processuali. Da osservatore esterno sento solo di augurare ai magistrati della Procura di Vigevano di avere tra le mani carte diverse, migliori rispetto a quelle di Cogne. Ho sentito dire che Garlasco ricorda Cogne, ma non so se è veramente così. Le prime fasi di quel delitto io non le ho vissute, non posso dire cos’è accaduto».

Eppure, sono proprio quelle primissime fasi investigative a far discutere e a suscitare ancora adesso dubbi e perplessità tra i difensori di Annamaria Franzoni. Era stato il primo legale della donna, l’avvocato Carlo Taormina, a evidenziare gravi lacune nelle indagini di carabinieri e Procura di Aosta e Ris di Parma. «Senza quegli errori - urlò una volta in aula Taormina - l’assassino di Samuele sarebbe già in cella da un pezzo». Per questo, ribadisce l’avvocato Savio, «è fondamentale non commettere errori proprio adesso».