AUGUSTO DE ANGELIS Un’impronta gialla sulla Milano «nera»

Torna il commissario De Vincenzi, sbirro-filosofo che sbrogliava pasticciacci nell’Italia fascista Così nacque il romanzo poliziesco nostrano...

Difficile trovare nella letteratura italiana una città più gialla di Milano. Dalla leggendaria collana - milanesissima per idea e realizzazione - «I Libri Gialli» Mondadori, nata nel 1929 e che quattro anni dopo aveva già superato il milione e mezzo di copie vendute, a un vero pioniere del genere come Alessandro Varaldo (1878-1953), di Ventimiglia, ma che da qui passò di sguincio, ambientando nel ’36 il suo Il segreto della statua; dal “Duca” ucraino-meneghino Giorgio Scerbanenco che negli anni Sessanta disseminò le strade di Milano di cinquecento e più delitti, allo stracittadino commissario Ambrosio di Renato Olivieri che iniziò a indagare nella Milano plumbea e di piombo degli anni Settanta; dal duro&puro «investigatore non professionista» Lazzaro Sant’Andrea, figlio visionario del noirista «della Milano da bere» Andrea G. Pinketts fino ai «casi» più recenti - si parva licet - di Sandrone Dazieri, Gianni Biondillo, Piero Colaprico, Edoardo Montolli e via sbirreggiando... Ombre gialle sulla città.
Ma prima di tutto, prima di tutti, ci fu un commissario mite e silenzioso che da giovane voleva fare il poeta - così come voleva fare il drammaturgo il suo creatore, il giornalista e scrittore Augusto De Angelis - e che si ritrovò malgré lui a principiare il romanzo poliziesco all’italiana. O meglio: all’ambrosiana, visto che l’autore, benché romano (era nato nella Capitale nel 1888) spedì il suo commissario De Vincenzi dritto dritto a San Fedele, alla Mobile di Milano, in quel momento la più europea delle città italiane, dove in una decina d’anni di onesta e specchiata carriera sbrogliò (quasi) tutti i groppi, grovigli, gomitoli, gliuommeri e pasticciacci in cui finì per ingarbugliarsi. Correvano i fascistissimi anni Trenta...
Augusto De Angelis scrisse una manciata di gialli, da Il banchiere assassinato, del ’35, a Il mistero delle tre orchidee, datato 1942, poi sparì dalla scena (arrestato dopo l’8 settembre per antifascismo e rinchiuso nel carcere di Como, morì a Bellagio poco dopo, nei mesi cupi di Salò): in tutto, una dozzina di titoli o poco più. Ma molto meno dozzinali o «d’evasione» di quanto si è soliti bollare l’italica produzione poliziesca, e quella della prima metà del Novecento in particolare. De Angelis fu una notevole eccezione. Per il talento letterario, per le novità che apportò al genere giallo, per la tecnica narrativa (il poliziesco è «tutto azione, tesa, vibrante, frenetica, quanto più calcolata» teorizzò lo scrittore, diligentissimo a mettere la lezione in pratica) e per la modernità della figura del commissario De Vincenzi, ragionatore rigoroso, filosofo in pectore, uomo d’impegnate letture e vero maestro nel calarsi nella psicologia dei suoi “pazienti”: criminali vari, poco integerrimi mariti e lascive signore. Un personaggio tanto riuscito, e tanto popolare, da conoscere una nuova stagione negli anni Settanta, quando un’azzeccata trasposizione televisiva di alcuni romanzi del ciclo - complice un magistrale Paolo Stoppa - regalerà al nostro investigatore una breve ma intesa seconda vita. La terza è iniziata invece qualche anno fa, grazie al critico Beppe Benvenuto che per la casa editrice Sellerio sta intelligentemente recuperando la produzione letteraria di Augusto De Angelis, a partire (nel 2001) da Il mistero delle tre orchidee - ambientato nella Casa di Mode milanese O’Brian, un luogo «torbido, fuori luce» dove si susseguono mannequine e malavitosi americani, morti ammazzati e cocktail, ricatti e cambi d’identità - fino al recentissimo L’impronta del gatto, apparso la prima volta nel ’40, in cui il commissario De Vincenzi è alle prese con un depravato milionario venezuelano ucciso sulla soglia della sua abitazione milanese...
«Ho voluto e voglio fare un romanzo poliziesco italiano. Dicono che da noi mancano i detectives, mancano i policemen e mancano i gangsters. Sarà, a ogni modo a me pare che non manchino i delitti», scriveva Augusto De Angelis in un’epoca in cui il giallo era guardato con sospetto, quando ci si dava del «Voi» e non del «Lei» anche nelle pagine dei romanzi e il Minculpop, preoccupato dei contenuti potenzialmente destabilizzanti per la dittatura mussoliniana del noir, imponeva regole precise al genere: preferenza degli ambienti esotici, assassini esclusivamente stranieri, niente suicidi, trionfo immancabile della giustizia. Fino alla decisione, nei primi anni Quaranta, del sequestro di tutti i gialli e la chiusura della collana mondadoriana.
Tempi duri, di regole e censure. Che De Angelis seppe abilmente aggirare con la stessa caparbietà e furbizia con la quale il suo commissario veniva a capo degli enigmi investigativi, lasciando la politica sullo sfondo delle sue storie e dedicandosi anima e penna al problema - più etico che letterario - dell’uomo di fronte al Male. «Il commissario De Vincenzi - ha scritto lo storico del giallo italiano Loris Rambelli - ha scelto di fare il poliziotto per potere avvicinare quei congegni delicati e sottili che sono il cuore e il cervello degli uomini dove sono racchiusi i segreti dell’esistenza». La stessa ragione per la quale Augusto De Angelis - drammaturgo mancato - scelse di fare, alla fine, il giallista.