In aula il gelo di Udc e Lega

Fini stringe la mano a Silvio. Casini freddo. Maroni polemico Fassino provoca: «Per i suoi alleati il Cavaliere non è il leader»

Roma - Gianfranco Fini si dirige verso Silvio Berlusconi e gli stringe la mano, proprio mentre Piero Fassino scaglia l’accusa più pesante: «I suoi partner non la riconoscono più come condottiero del popolo delle libertà». Nell’aula di Montecitorio il leader dei Ds descrive il Cavaliere isolato, come dice anche Romano Prodi, e il presidente di An vuole esprimergli la sua solidarietà di fronte a tutti. Scambia qualche battuta con lui, mentre gli azzurri difendono in coro il loro leader e poi si allontanano dai seggi per protesta contro l’attacco del segretario della Quercia. Centristi e leghisti non si muovono, i deputati di An, neppure: sintomo che le divisioni rischiano seriamente di compromettere la tenuta della Cdl. Fini ha tentato di celare l’imbarazzo della situazione applaudendo Berlusconi, a differenza di Pierferdinando Casini che è rimasto impassibile. Sul viso del numero uno dell’Udc è comparso solo un sorriso quando il presidente di Fi ha parlato del «popolo delle libertà che ci sostiene».
Al momento del voto di fiducia è il Cavaliere ad attirare l’attenzione di Casini, che si dirige verso i banchi della presidenza. Questi gli si avvicina, gli stringe la mano e chiacchiera brevemente con lui prima di andare a votare. Ma il clima è teso. Lo conferma Rocco Buttiglione, dicendo basta alle «polemiche inutili». «Le battute di Berlusconi su Casini - spiega - non aiutano ad aprire un dialogo serio con l'Udc. Senza il contributo dell'Udc, che ha recuperato quote di elettorato non berlusconiano o antiberlusconiano, la Cdl avrebbe perso ancora più drammaticamente le ultime elezioni». Aggiunge che Forza Italia deve riconoscere che l'Udc è «un interlocutore politico serio, con il quale bisogna aprire un dialogo vero su contenuti e prospettive».
Alla Camera, Berlusconi mastica amaro anche per l’intervento polemico del leghista Roberto Maroni. Prodi sottolineerà che gli alleati non si sono alzati in piedi ad applaudire il discorso del Cavaliere, parlando ormai di «quattro opposizioni». Forse per consolare il leader l’azzurra Paola Pelino gli offre una piccola scatola di confetti bianchi e rossi che produce la ditta di famiglia a Sulmona. Berlusconi li mangia e li offre, circondato dai suoi deputati, mentre il governo Prodi rinato incassa il secondo voto di fiducia.
«Prodi, Fassino e compagni - afferma Isabella Bertolini di Forza Italia - con le menzogne coprono lo squallore di questo governo». Enrico La Loggia manda a dire al premier che «invece di occuparsi dell'opposizione e di Berlusconi, farebbe meglio a riflettere sulla sua non maggioranza che in quanto a risse ha raggiunto un primato imbattibile». Per l’azzurro Simone Baldelli è «vergognoso» l’intervento di Fassino e per Maurizio Lupi l’Unione «sta insieme solo per combattere Berlusconi».
Attacca il Cavaliere anche il ministro della Giustizia Clemente Mastella, dell’Udeur: dice che Berlusconi stava per andarsene quando parlava Fassino e aveva fatto cenno agli altri di seguirlo, «ma, a parte alcuni dei suoi, sono rimasti al proprio posto; e allora ha rinunciato». Ha le «traveggole», replica l’azzurro Antonio Leone, perché il leader non ha invitato nessuno a lasciare l’aula e «si è trattato di un moto spontaneo di diversi deputati di Fi». Berlusconi «era sereno e determinato», aggiunge l’azzurro Francesco Giro e Mastella «farebbe meglio a parlare dei casi suoi, che sono plurimi».
Da An replica a Fassino Maurizio Gasparri: «Non si preoccupi degli altri. Bisogna rispondere con i fatti alle sue polemiche velenose, bilanciando quel progetto di federazione del centrodestra con l’adesione di chi ci sta. Chi non vuole entrare, resterebbe un alleato dell’area del centrodestra». Per Francesco Storace la Cdl va rifondata e la base di partenza «non può che essere Berlusconi». Con buona pace di Fassino e Prodi.