In aula la morte di Cucchi: i familiari contro gli agenti della penitenziaria

La famiglia del geometra morto al Pertini sei giorni dopo l'arresto si è costituita parte civile e ha chiesto una nuova perizia per chiarire il ruolo degli agenti. Ilaria Cucchi, sorella della vittima, vorrebbe fosse contestata loro l'accusa di omicidio preterintenzionale, non di lesioni

Della morte di Stefano Cucchi si parla finalmente in un'aula di Tribunale. La famiglia del giovane geometra deceduto il 22 ottobre scorso all'ospedale Sandro Pertini sei giorni dopo essere stato arrestato per droga si è costituita parte civile, e così pure il Comune di Roma. Ma le polemiche non si placano neppure davanti al gup Rosalba Liso che deve decidere se rinviare a giudizio i 13 imputati (3 poliziotti penitenziari, un dirigente del Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria e 9 tra medici e infermieri della struttura sanitaria dove Cucchi venne ricoverato). I legali dei familiari, Fabio Anselmo e Dario Piccioni, hanno chiesto di disporre una nuova perizia, con le forme dell'incidente probatorio, che accerti una volta per tutte se Cucchi sia morto per il pestaggio subito dagli agenti della polizia penitenziaria mentre si trovava nei sotterranei di piazzale Clodio in attesa del processo o per colpa dei medici che lo hanno avuto in cura. Il nuovo accertamento medico-legale «super partes» servirebbe a contrastare la consulenza del professor Paolo Arbarello, voluta dalla Procura, che di fatto ha ridimensionato il ruolo degli agenti accusati dunque di lesioni colpose e abuso di autorità e non di omicidio preterintenzionale, come avrebbe voluto Ilaria Cucchi, sorella della vittima. «Si insiste nel negare l'esistenza dei fatti - sostiene Ilaria - non ci vogliono spiegare perché è morto mio fratello. È inaccettabile la tesi dei magistrati che hanno contestato le lesioni lievi ai poliziotti. Se mi accorgo che non si vuole arrivare alla verità sono disposta anche a rinunciare a prendere parte al processo. A me non interessa un dibattimento basato su una bugia, e cioè sull'idea che il pestaggio subito da Stefano abbia determinato soltanto delle lesioni. La giustizia mi deve spiegare come possono due fratture gravi alla schiena essere considerate lesioni. E anche perché mio fratello, che quando è stato arrestato stava benissimo, si sarebbe ammalato al Pertini fino a morire». Per l'avvocato Anselmo la perizia Arbarello «fa acqua da tutte le parti». «Non individua la causa della morte - sottoliena il difensore - Noi riteniamo che la nostra consulenza, fatta da quattro professionisti di uguale elevata professionalità, sia tranciante e completamente opposta rispetto a quella della Procura. I nostri consulenti fanno cominciare la sequenza causale che ha portato alla morte di Stefano dal trauma che ha subito colonna vertebrale e coccige».