In aula tra rancori e vendette le pagine amare di casa Agnelli

Mentre Roma celebra l’Avvocato con una mostra al Vittoriano, si apre a Torino la prima udienza della causa intentata dalla figlia Margherita

Cinque anni dopo. La famiglia ricorda il suo capo. Con una mostra. Con una causa in tribunale. A Gianni Agnelli piaceva andare forte, non fino a questo punto, imprevedibile, imprevisto, rischioso, cattivo anche.
Si apre a Roma, nel complesso monumentale del Vittoriano, l’esposizione a lui dedicata, alla sua epoca, una fetta grande del Novecento, la seconda guerra, la Liberazione, la rinascita dell’Italia. Il secolo dell’Avvocato è il titolo di copertina del libro catalogo curato, come tutta la rassegna, da Marcello Sorgi. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano accompagnato dalla moglie Clio inaugurerà la mostra tra invitati in numero di mille meno uno. Non è presente nella lista Margherita Agnelli. Il protocollo torinese non prevede la partecipazione dell’erede principale che ha portato davanti ai giudici la famiglia, o meglio i suoi curatori, per la storia del testamento e delle proprietà del defunto padre. In contemporanea a Torino, tribunale civile, ore 9, davanti al giudice Brunella Rosso, le parti si affrontano per discutere la causa.
Di là la memoria dolce, affettuosa, le immagini fotografiche e filmate di un uomo e del suo tempo, di qua l’aria maligna di un’aula, le carte, i codici, le argomentazioni e, in mezzo, Gianni Agnelli, che unisce e divide, che ha regnato e che ha lasciato memorie forti, contrastanti, più tra gli amici e i nemici che tra i parenti prossimi. Storia bizzarra di un personaggio bizzarro e di una famiglia che sembra stare insieme soltanto nelle fotografie.
Le ultime parole dell’articolo, scritto da Marcello Sorgi e pubblicato su La Stampa domenica scorsa, riassumono, paradossalmente e involontariamente, la domanda che molti, se non tutti, si stanno ponendo da alcuni mesi: «... Agnelli è stato sicuramente un uomo all’altezza dei suoi tempi. E a far riflettere sul perché, anche adesso, in certi momenti, possa ancora capitare di chiedersi: “Chissà cosa farebbe l’Avvocato?”».
Ecco, in certi momenti come questi, davanti alla dottoressa Brunella Rosso del tribunale civile di Torino, chissà che cosa farebbe e direbbe l’Avvocato? Davanti alla figlia Margherita, davanti a Grande Stevens o Gabetti, davanti alla stessa Fiat che, al di là delle pagine dolci e dolciastre, lui aveva lasciato in crisi gravissima e un manager, a lui «sconosciuto», ha avuto il merito di ricostruire e rilanciare. Domande che confermano come il fascino, in alcuni casi la sudditanza, abbiano fatto perdere di vista la sostanza delle cose, abbiano mascherato la realtà, imprenditoriale e famigliare, che si stava frantumando davanti agli occhi del protagonista.
Margherita e Marella, figlia e madre, si ritrovano a parlare non di chi non c’è più ma di dove sono finiti gli averi dello stesso. Franzo Grande Stevens, già definito l’avvocato dell’avvocato, e Gian Luigi Gabetti devono difendersi e spiegare perché mai non abbiano risposto alle lettere, sembra sette, scritte da Margherita che chiede quali, quante e dove siano le proprietà del padre.
La rassegna del Vittoriano non prevede queste pagine acide, strappate per ritegno e rispetto. Là Gianni Agnelli appare nelle sue vesti da «artista» del vivere, per usare un aggettivo con il quale lui stesso sapeva divertirsi. A Torino i fotografi dovranno dedicarsi alla passerella di altri avvocati, senza la maiuscola. In fondo la storia così viene scritta e raccontata, ora romanzo affascinante, ora leggenda epica, ora verità amara.
E un’altra storia degli Agnelli deve ancora incominciare.