Aurelio Picca canta la sua folle «condanna» ad amare l’Italia

Non ricordo se fu Carlo Bo o Gianfranco Contini a dire, a proposito degli scrittori della mia generazione, che pur essendo spesso bravi mancavano di un «pizzico di follia». Ricordo perfettamente, invece, che queste parole suonarono in me come la peggiore delle bocciature. Questi vecchi pionieri di una letteratura italiana che aveva dovuto destreggiarsi in tempi difficili (tra fascismo e dopoguerra, con l’Italia costretta a presentarsi da sconfitta sul mercato dei vincitori) vedevano in noi niente più che un gruppo di bravi ragazzi che mai si sognerebbero di fare male ad alcuno.
Le generazioni successive, quelle che Bo e Contini non hanno potuto conoscere, non sono poi tanto diverse, da questo punto di vista. Magari abili nell’arte della provocazione, o nello sfruttare i punti deboli del Mercato (che ama farsi sedurre): ma di vera, sana, schietta, grezza follia abbiamo continuato a vederne poca. Anagraficamente, la dote che i due grandi vecchi cercavano invano nelle nuove leve si era fermata al 1948, anno di nascita di Aldo Busi, il quale piaccia o no è l’ultimo classico folle della nostra letteratura, l’ultimo elaboratore del Grande Paesaggio Letterario Italiano prima che tutto finisse nelle mani dei vari commissari, ispettori e questurini.
La sola eccezione, che non ho mai potuto fare a meno di riconoscere, e sulla quale mi piacerebbe ricevere un’ammissione d’errore postmortem dai succitati illustri defunti, è quella di Aurelio Picca. Sempre aduggiato da un panorama letterario che lo esclude - come me, Aurelio non conosce la formula del libro di successo, e non sa che questa ignoranza è dono divino - Picca nei suoi romanzi litiga con la necessità (indotta, è il mio sospetto) di essere moderno, e non potendo sciogliersi nel felice esilio di un Foscolo (non si può più) consuma la migliore delle vendette, umiliando i compromessi della corrente e corriva narratologia per mezzo di una lingua senza pari, la più bella lingua della letteratura italiana di oggi, forse una delle più belle di sempre.
L’italiano di Picca non ha l’aspetto, ormai consueto, di una lingua tradotta: nel suo italiano brillano Dante, Leopardi, Foscolo, Manzoni non come repertori d’archivio ma come esseri vivi e parlanti. Quello che disse giustamente Paolo Conte di Celentano, che è (era) il solo a cantare in italiano, possiamo dire anche di Aurelio Picca. Il capolavoro di Picca non poteva però essere un romanzo, sempre prigioniero dei suoi contratti, delle sue aspettative di mercato ecc. Doveva sorgere quasi per caso, o per una piccola occasione. Velocista italiano, Picca non fa il record del mondo alle Olimpiadi ma nel piccolo meeting di provincia, a Rieti o a Formia.
E così è stato. Quando ho ascoltato per la prima volta Picca leggere in pubblico questo spettacolare monologo-poemetto intitolato L’Italia è morta, io sono l’Italia (Bompiani, dal 16 novembre nelle librerie) non ho avuto dubbi. Qui la lingua si fa spettacolo a se stessa e riacquista la capacità, inimmaginabile secondo la vulgata di questi anni, di ricucire l’Italia, di presentare l’Italia come un’esperienza unica, unitaria, come un corpo che abbraccia tutti i suoi molteplici particolari in una sola stretta, in un solo respiro.
La nostra attuale crisi non è, a mio parere, né politica né economica né finanziaria ma strutturale. È l’incapacità di rispondere alla domanda «cosa ci tiene insieme?». Con questo suo capolavoro, Aurelio Picca affronta di petto la questione, e lo fa non con la precarietà dei concetti ma con il genio della lingua. Non possiamo che essergliene grati.