Austerlitz, la battaglia perfetta

Duecento anni fa lo scontro fra l’esercito francese e la coalizione russo-austriaca. Fu il punto più alto del genio militare di Napoleone: 24 ore dopo Francesco II trattava già l’armistizio

La battaglia di Austerlitz è considerata il capolavoro di Napoleone. Che non volle dividere con nessuno la gloria di quella giornata e non assegnò un titolo nobiliare apposito, come fece con quasi tutte la altre vittorie. Berthier fu principe di Wagram, Rivoli fu assegnata a Massena, e persino l’incerta giornata della Moscova venne attribuita a Ney, quasi a presagio del pasticcio che il maresciallo avrebbe combinato a Waterloo e che forse costò la Francia a Napoleone.
Eppure il 2 dicembre 1805, primo anniversario della sua incoronazione a imperatore dei Francesi, non gli era stato difficile sconfiggere gli eserciti riuniti russo e austriaco, comandati dallo zar Alessandro e da Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero. Il nobile francese emigrato Langeron, che comandava una delle colonne nelle quali era organizzato l’esercito alleato, ha lasciato nelle sue memorie una spiegazione chiara e convincente delle ragioni del disastro: gli austro-russi erano un esercito di reclute comandato da generali inesperti della guerra che ne affrontava uno composto da veterani di decine di battaglie agli ordini di comandanti di provata esperienza. Le memorie dell’emigrato francese escono in questi giorni per i tipi di Sellerio con il titolo La battaglia di Austerlitz.
Dopo la sconfitta lo zar chiese al generale nemico con il quale trattava le condizioni del ritiro russo dall’Austria spiegazioni sul perché i francesi, inferiori di numero, erano stati superiori in tutti i combattimenti; gli fu risposto che proprio in quello stava l’arte della guerra, che Napoleone aveva affinato in quaranta battaglie. Il capolavoro di Austerlitz non fu nella vittoria, ma nelle sue dimensioni. Quelle che indussero Langeron a scrivere: «Avevo già visto qualche battaglia perduta, ma non potevo immaginare una disfatta simile!». Gli eserciti manovrarono in maniera tale che sembravano entrambi agli ordini della stessa persona, decisa a mettere quello austro-russo alla mercé di quello francese. L’unica ragione per la quale si escluse il tradimento da parte del conte Weyrother, estensore del piano alleato, fu che egli morì in miseria pochi mesi dopo la battaglia: evidentemente non aveva ricevuto denaro francese, gli sarebbe mancato il tempo di spenderlo.
In realtà prima della vittoria Napoleone non si trovava in una posizione invidiabile. Si trovava come sempre in svantaggio strategico, dato che combatteva contro tutto il mondo. Le sue vittorie in battaglia alleviavano la situazione, ma non erano in grado di ribaltarla. Nell’inverno del 1805 l’imperatore poteva contare sul suo splendido e fedele esercito, ma si trovava a mille chilometri da Parigi e aveva di fronte forze nemiche superiori alle sue per numero e, almeno per ciò che riguardava i russi, non ancora sconfitti. Inoltre c’era il pericolo che anche la Prussia dichiarasse guerra alla Francia: la sua regina non faceva mistero dell’odio che provava per la Rivoluzione e i suoi eredi; l’imperatore Alessandro era stato accolto a Berlino con grande calore, tanto da dedicargli la celebre Alexanderplatz. Si attendeva da un giorno all’altro lo sbarco sul continente di contingenti inglesi e svedesi. Se gli alleati avessero saputo temporeggiare, risolvendo in qualche modo i giganteschi problemi logistici che li affliggevano, o avessero accettato una battaglia puramente difensiva la situazione francese si sarebbe fatta precaria.
Ma Napoleone era un genio. Nei giorni precedenti la battaglia riuscì a travestire la forza in debolezza, a ritirarsi quando non era necessario, a mostrare le truppe in un disordine fittizio, a fingersi irresoluto per indurre il nemico ad avanzare ed infine a offrirgli come ultima e decisiva esca il fianco destro in apparenza sguarnito, dietro il quale correva la strada che collegava i francesi a Vienna e rappresentava la loro principale linea di collegamento. Accettò persino di recitare la parte del timoroso e preoccupato di fronte all’arrogante principe Dolgorutkji, mandato dallo zar in risposta alla richiesta di un abboccamento avanzata anche quella per fingere di volere effettuare un estremo sforzo diplomatico per evitare la battaglia.
Al mattino, quando si trattò di combattere, tutto era già deciso. Napoleone aveva persino anticipato ciò che sarebbe successo in un proclama letto la sera precedente fra i bivacchi dei soldati «mentre loro marceranno per aggirare la mia destra, mi presenteranno il fianco». Come previsto, gli austro-russi avanzarono contro la destra francese scoprendo il proprio fianco dove furono attaccati e travolti dalle divisioni del maresciallo Soult; la guardia russa contrattaccò inutilmente e fu battuta anch’essa; lo sfondamento del centro austro-russo a poche ore dall’inizio della battaglia portò ad una delle più complete e gigantesche rotte della storia militare. Gli sconfitti si dettero alla fuga e l’intero esercito austro-russo si trasformò in una fiumana indistinta di fuggitivi che abbandonavano i cannoni, i fucili, i carriaggi e spesso persino le bandiere così presto che le perdite non furono pesanti in termini di morti e feriti come avvenne invece a Waterloo, dove la decisione non giunse che a pomeriggio inoltrato, dopo scontri feroci e sanguinosissimi.
Già il giorno successivo alla battaglia Francesco II chiedeva di trattare le condizioni armistiziali. Intanto Alessandro era costretto a farsi prestare le camicie dal fratello, dato che tutto il suo bagaglio era caduto in mano nemica insieme alle salmerie dell’intero esercito. Per salvarsi dall’inseguimento della cavalleria di Murat il comandante russo Kutusov aveva infatti deciso di ritirarsi lungo una strada diversa da quella seguita per raggiungere il campo di battaglia e lasciare i carriaggi in balìa del nemico. Lo zar Alessandro non volle darsi per vinto ancora per venti mesi, poi accettò la pace e addirittura l’alleanza con i francesi in funzione antibritannica, ma l’accordo con Napoleone non resse alla distanza. Nel 1812 la guerra riprese con la campagna di Russia, che segnò la fine dell'egemonia francese sull’Europa.
Sette anni dopo Austerlitz, lo zar sarebbe entrato a Parigi da conquistatore. A chi gli suggeriva di far saltare il ponte sulla Senna dedicato alla battaglia rispose che gli bastava si sapesse che i soldati russi ci avevano marciato sopra da vincitori.