Austoni: "Mi hanno sparato eppure l'imputato sono io"

Per la prima volta in aula l’urologo vittima di un agguato: è accusato di aver preteso denaro in nero per operare i malati

«Mi hanno sparato, e lo Stato non mi ha saputo dire chi è il colpevole. In compenso mi ritrovo sul banco degli imputati. Ditemi voi se vi sembra giusto».
A due anni dal colpo di pistola che un uomo senza volto gli piantò in corpo mentre usciva dalla clinica Dezza, ieri il professor Edoardo Austoni appare per la prima volta in tribunale. É l’aula dove si sta celebrando il processo contro di lui, accusato di concussione per le tangenti che - secondo i pm Tiziana Siciliano e Grazia Pradella - pretendeva dai pazienti per operarli. É un uomo alto e grosso, segnato nel fisico e nel morale. Più che della revolverata, si porta addosso i segni dell’inchiesta. Cercando di dare un perché all’attentato, le indagini hanno dovuto scavare su di lui. Chi poteva odiarlo tanto? E il grande urologo si è ritrovato sotto processo. Un processo che volge al termine, tra pazienti che raccontano di averlo pagato - sottobanco, in contanti - e che quasi sempre raccontano però di continuare a provare riconoscenza verso il medico che li ha guariti.
«Di quell’uomo ho visto solo una giacca scura. Non credo che volesse uccidermi. Gli sarebbe bastato alzare un po’ la pistola, e oggi non sarei qui. Ma fin quando non si scopre chi è, come faccio ad essere sicuro? Come faccio a sapere che non si prepara a finire il lavoro? Un giorno ero in un parco, con le stampelle, a fare riabilitazione. Mi sono visto avvicinare da un uomo. Mi sono spaventato così tanto che sono caduto per terra».
Dei soldi che si faceva dare saranno gli avvocati a cercare di dare una spiegazione che possa evitare la condanna. «Io so solo che quando mi sono offerto - su consiglio dei legali, io non lo avrei fatto - di restituire tutto, molti pazienti mi hanno scritto dicendomi che non li volevano indietro. Qualcosa vorrà dire, no?».
Ma una idea, una spiegazione, su quella pistolettata lei se la sarà pur data. «L’ho cercata, e non l’ho trovata. Di sicuro non ho mai pensato che potesse essere stato un paziente. Invece, quasi subito, la Procura ha iniziato a scavare soltanto in quella direzione. Mi ha chiesto l’elenco dei malati che erano rimasti scontenti di me. E io gliel’ho dato: la percentuale che ogni medico non può non avere, quel tre o quattro per cento che si lamentava per le attese troppo lunghe, o perché non era soddisfatto dell’operazione. Nulla, mai, che potesse giustificare un attentato. Da quell’elenco la Procura è partita per incriminarmi».
Un arrogante. Un padre padrone abituato a imporre le sue regole. Non è un bel ritratto, quello che i testimoni dipingono di Edoardo Austoni davanti al giudice Oscar Magi. Ma anche un clinico straordinario, un medico pronto a prendersi responsabilità anche delicate nell’interesse del paziente. Sono due, i volti del professore raccontati in aula. Ieri, con il suo arrivo in tribunale e il suo lungo sfogo con i cronisti, si aggiunge un terzo volto: quello di un uomo stanco e malato, che dai due uragani che hanno cambiato per sempre la sua vita di potere, Porsche e barche a vela cerca di uscire in qualche modo per continuare a vivere. E lo fa aggrappandosi all’unica certezza che gli resta: quella di saper guarire la gente. «Mi cercano ancora, sapete?».