Australia, il football fa male. Alle donne

Wayne Carey ha addominali da surfista, mascella da attore e la fedina penale sporca. È stato una delle stelle più brillanti del football australiano, una sorta di rugby su campo ovale praticato da oltre 150 anni soprattutto in Oceania. Peccato che abbia palpeggiato il seno di una sconosciuta per strada, abbandonato la madre di sua figlia un mese prima del parto, fatto sesso con la moglie del suo vice-capitano e sfasciato un bicchiere in faccia alla fidanzata.
Wayne Carey dimostra come lo sport in Australia stia facendo i conti con la propria brutalità, la cultura del macho, il razzismo, la misoginia, le droghe che pompano il testosterone, il triviale cameratismo che spinge le compagini sportive a tramutarsi in branchi. Scossa da scandali sessuali, l’Afl - l’associazione dell’Aussie Rules, il football australiano - ha deciso di combattere il fenomeno con il progetto «Rispetto e responsabilità», un percorso di rieducazione civile per giocatori che ora vede la realizzazione del dvd curato dalla psicologa Melanie Heenan: «Con 7 attori abbiamo girato alcune scene di vita quotidiana, simulando le situazioni in cui si trovano spesso gli atleti». Un esame comportamentale che si propone di «insegnare» a rugbisti molto inclini a orge e risse come ci si comporta con le femmine. Domande surreali, quasi ovvie per qualsiasi uomo che abbia superato lo stadio primitivo: è giusto fingere di essere il proprio compagno di squadra per infilarsi nel letto di sua moglie (quantomeno distratta, se non riconosce il marito tra le lenzuola)? E se la vostra partner è ubriaca, è giusto approfittare della sua carenza di autocontrollo?
Il video pare semplicistico, anche se ha il pregio di sensibilizzare e far discutere. C’è chi propone di far assistere i giocatori alle testimonianze di donne stuprate; c’è chi sottolinea come queste domande debbano essere poste ai giocatori dopo una quindicina di birre, quando diventano pericolosi. È Eddie McGuire, presidente del Collingwood, a spiegare cosa succede ai giovani atleti: «Sono ragazzotti che prima della fama non riuscivano neppure a rimediare un appuntamento e poi si ritrovano circondati da donne nei nightclub». E non trovano di meglio da fare che abusare di loro. Secondo l’Australian Feminist Law Journal, il trend è drammatico: le denunce per aggressione sessuale ai danni di sportivi sono infatti pochissime, poiché l’atleta è percepito come un gladiatore intoccabile. Soprattutto in un gioco duro come il football australiano: «La colpa è anche di chi parla di sport in termini aggressivi, e dello spirito tribale che regna negli spogliatoi - attacca Phil Cleary, ex giocatore la cui sorella fu violentata -: ho sentito commentare gli stupri parlando di “preliminari sfuggiti di mano”».
Il football è la punta dell’iceberg, ma la violenza si nasconde anche sotto la superficie della società australiana. Secondo una ricerca, un maschio su sei pensa sia giusto pretendere sesso da una ragazza se lei flirta con lui. Se aggiungiamo l’«onnipotenza» di cui si sentono investiti i campioni del football, ecco spiegati gli stupri a catena.
Ovviamente non tutti i giocatori sono animali e non tutti gli australiani sono stupratori. Il problema - come dimostrano le recenti accuse di spogliarelliste a carico dei calciatori del Manchester United - è diffuso. E dunque un dvd non risolverà la questione, ma cominciare a suggerire ai campioni che con i loro miliardi non possono comprare la dignità delle donne può essere un inizio.