Australia, è italiano il re del panettone

Si chiama Giorgio Angele, è emigato da Roma nel 1956 e da allora ha creato un piccolo impero nei dolci e nei caffè-ristoranti. La sua storia è avventurosa come un romanzo

Oggi Giorgio Angele, 77 anni portati benissimo, italiano "de Roma", è il re dei panettoni in Australia: a Natale ne fabbrica 4mila al giorno nella sua Ital biscuits, la fabbrica di Melbourne che a Pasqua sforna colombe e che, per tutto l'anno, produce sette quintali di biscotti all'ora. Alle linee lavorano 30 operai, il fatturato è di 6 milioni di dollari. I numeri sembrano piccoli, confrontati a quelli delle multinazionali: ma non va dimenticato che l'Austrailia - un Continente - ha 21 milioni di abitanti. Angele è noto a tutti, in Australia, per le tre pasticcerie-espresso bar- ristoranti, di purissimo gusto e stile italiano, che con il marchio Brunetti presidiano i punti più celebri di Melbourne: non c'è abitante, non c'è turista che non entri nei Brunetti cafè di Carlton street - sede storica e posizione strategica - , di City Square e di Camberwell.
La storia di Angele è uno dei tantissimi esempi di emigrazione italiana degli anni Cinquanta, e s'intreccia con la vita sociale di allora, con la miseria, la fatica, il sentimento. E' il romanzo di un pioniere che ha fatto fortuna grazie agli ingredienti più tradizionali: intraprendenza, fantasia, volontà, intelligenza, con quel pizzico di aiuto del caso che ci vuole sempre. Parla ancora romano ("vivevo in via dei Coronari, cominciai a lavorare a 10 anni" ricorda, non senza nostalgia) e ammette che la barriera della lingua per lui è stata sempre una sofferenza. E infatti è soprattutto alla comunità italiana, e alla sua ricerca di ricette, gusti, prodotti di casa nostra, che deve il proprio successo.
Angele faceva il pasticcere a Roma e fu invitato a partecipare alla squadra dei cuochi che seguì gli atleti alle Olimpiadi di Melbourne del 1956. Avrebbe dovuto fermarsi poche settimane: invece è lì da 43 anni, e ha sposato un'italiana, con la quale ha avuto cinque figli. La svolta alla sua vita la diede un viaggio a Sidney, alla fine dei Giochi, dove in un ristorante italiano fu avvicinato da due friulani, i fratelli Piccin, ai quali era stato segnalato da amici comuni: loro, con i risparmi messi insieme dal lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero, avevano comprato un forno, ma non sapevano farlo funzionare. Lui che era pasticcere… "Resta con noi sei mesi, ti diamo 20 sterline alla settimana e ti paghiamo il viaggio di ritorno". Angele guardò i macchinari e disse di sì.
"Sisto Piccin faceva il pane, io stavo alla pasticceria e facevo diplomatici, millefoglie, bignè, bombe, ciambelle, maritozzi, cornetti; il fratello Angelo andava a vendere nei bar frequentati dagli italiani. A mezzogiorno tornava già con l'auto vuota. Ci voleva più roba!".
Era un mondo di fame, gli emigranti italiani non avevano soldi, vivevano spesso in camere d'affitto, i bar e la strada erano la loro casa, passavano il tempo libero a giocare a carte, a morra. "Gli italiani erano poverissimi: gli australiani ci chiedevano se in Italia avessimo il tram…". Disse allora: "Dobbiamo lanciarci in qualcos'altro". E "inventò" la pizza. "Avevamo il forno, che dopo aver cotto il pane restava inoperoso. Comprammo una sfogliatrice, una specie di matterello elettrico; la mozzarella si trovava, i pomodori li compravamo al mercato, a fine mattina, quando costavano meno. Davo un colpo nel forno, poi la confezionavamo a riquadri nel chepllophane e distribuivamo nei bar, dove, completata la cottura, la pizza veniva venduta calda. "Fu un successo immediato, facevamo mille pizze al giorno".
Poi, la seconda svolta, un paio d'anni dopo: Melbourne. "Mi chiamarono due amici italiani: c'è una pasticceria in vendita; mi dissero: vieni qui. Si trattava di mettermi in proprio. Guardai l'attrezzatura, che era buona, feci i conti: costava 2.900 sterline, m'indebitai e firmai. Mi dissi: qua se fa un macello!".
Invece non si vendeva nulla. "Il quartiere era abitato solo da australiani, che non erano interessati ai dolci italiani. Io riempivo le vetrine, e restava tutto lì, tristemente. Mi aiutò uno zio, che lavorava al consolato italiano e mi fece ordinare i dolci per i ricevimenti. Così riuscii almeno a sopravvivere". Poi, un guizzo di fantasia. "Il mio negozio era al capolinea del bus, in periferia. Dopo le ore di punta, la sera, il bus partiva vuoto. Mi dissi: potrei caricare i miei dolci e portarli in centro così". Detto, fatto. Prima due, poi quattro, poi dieci, venti cassette di dolci, appoggiate sui sedili, che spargevano il loro profumo irresistibile. La gente che saliva si guardava in giro sorpresa e annusava con piacere. "Scendevo alle prime fermate del centro, in Carlton street, e distribuivo negli espresso bar frequentati dagli italiani. Fu un successo travolgente". Angele comprò una piccola Ford, e fece montare sul retro da un falegname delle scansie di legno: "Incassavo bene, accidenti!".
Da lì, dopo un viaggio in Italia per la morte del padre, l'attività decollò inarrestabile: il lavoro andò via via ampliandosi, diventò industria, si allargò nel 1991 con l'acquisto del marchio Brunetti, che oggi campeggia sulle grandissime pasticcerie-bar-caffè-ristorante, un marchio noto a tutti in Australia e che assicura al turista italiano il più buon espresso che si possa bere all'estero. Oggi Giorgio Angele è un uomo felice e arrivato, cinque figli tutti laureati, alcuni di essi impegnati nella gestione e nello sviluppo delle attività. Ma, come tutti gli italiani d'Australia, porta nel cuore il Paese d'origine. E confessa: "Mi alzo ancora alle tre del mattino per guardarmi le partite della Lazio!".